In Incipit - elementi di narratologia
  1. «È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente. È Arthur Ganate che mi ha fatto parlare. Arthur, uno studente, un fagiolo anche lui, un compagno. Ci troviamo dunque a Place Clichy. Era dopo pranzo. Vuol parlarmi. Lo ascolto. “Non restiamo fuori! mi dice lui. Torniamo dentro!”. Rientro con lui. Ecco. “‘Sta terrazza, attacca lui, va bene per le uova alla coque! Vieni di qua”».

 

  1. «Eccoci qui, ancora soli. C’è un’inerzia, in tutto questo, una pesantezza, una tristezza… Fra poco sarò vecchio. E la sarà finita, una buona volta. Gente n’è venuta tanta, in camera mia. Tutti han detto qualcosa. Mica m’han detto gran che. Se ne sono andati. Si son fatti vecchi, miserabili e torpidi, ciascuno in un suo cantuccio di mondo».

 

Partiamo da questi due incipit per parlare di uno degli stili più innovativi e imitati (spesso molto male) del Novecento. Si parte con una proposizione breve, assertiva, che ci trascina in modo colloquiale dentro la storia («È cominciata così»; «Eccoci qui, ancora soli»). I periodi sono brevi, i segni di interpunzione creano un ritmo sincopato, sono presenti ripetizioni. Il registro è decisamente basso, ma la scelta di questo stile non diventa meramente mimetica del parlato o della lingua francese “standard”, bensì porta all’invenzione di una nuova lingua, scoppiettante, poliforme, caotica, dalla sintassi spezzata e dalle frequenti esclamazioni.

«Il francese è una vecchia lingua, secca, decrepita’. (..) Io sono uno stilista, solo questo. Mi importa solo lo stile, dunque solo il colore».

Scopriamo le carte: lo scrittore in questione è Louis-Ferdinand Céline e gli incipit sopra riportati sono rispettivamente quelli di Viaggio al termine della notte e di Morte a credito. Chi ha letto una volta Céline, lo riconosce subito. Perché ciò di cui oggi voglio parlare è proprio la capacità per uno scrittore di creare uno stile, nel suo caso una vera e propria lingua, che è firma autografa, riconoscibile come una pennellata di Van Gogh. Lui lo chiama “il colore” e, in effetti, la lingua di Céline è coloratissima, per il suo stile si parla di argot. Questo termine francese non è semplicemente traducibile con quello inglese slang. L’argot, era una lingua segreta, utilizzata per non farsi capire a chi stava fuori da una cerchia. La sua funzione era quindi quella di criptare un messaggio e, nello stesso tempo, rafforzare il senso di appartenenza a un gruppo. Céline disse che il suo argot nasceva dall’odio, dalla miseria, era il linguaggio degli ultimi che lui metteva in scena e serviva ai derelitti per esprimere il rancore contro gli sfruttatori.

Il dottor Destouches (questo il suo vero nome) curava povera gente, scelse di avere contatti con i disgraziati e gli emarginati, frequentò i quartieri proletari e maleodoranti. Per narrare la vita dei perdenti e dei luoghi in cui la giustizia e l’amore sembra abbiano lasciato il posto alla prevaricazione, alla corsa per saziarsi, alla dura lotta per la sopravvivenza, Céline inventa un’arte descrittiva in cui il realismo sfora nell’allucinazione cinica e insieme pietosa.

«Li credi malati tu ?.. Uno geme.. un altro rutta… quello barcolla… questo è pieno di pustole… Vuoi vuotar la sala d’aspetto ? Istantaneamente ?… anche di quelli che s’accaniscono ad espettorare fino a farsi schiattare il petto ? Proponi una botta di cinema! … un aperitivo gratis, sbattuto in faccia! … vedrai quanti ne resteranno… Se vengono a cercarti, è soprattutto perché si scocciano. Mica ne vedi uno la vigilia d’una festa… Ai disgraziati, ricorda quel che ti dico, manca un’occupazione, mica la salute… Voglion semplicemente che tu li distragga, che tu li metta di buon umore, che tu li interessi coi loro rutti… i loro gaz… i loro scricchiolii.. che tu gli scopra delle flatuosità… delle febbriciattole… dei borborigmi… degli inediti! … Che tu ti dilunghi… che tu t’appassioni… Per questo hai la tua laurea… Ah! Divertirsi con la propria morte mentre uno sta fabbricandosela, ecco tutto l’Uomo, Ferdinand!» (Morte a credito).

L’uso ossessivo dei puntini di sospensione vuole ricalcare in modo parossistico il parlato, perché i personaggi céliniani non parlano ma bofonchiano, balbettano, vanno in escandescenza.

L’argot di Cèline cela, rivelandolo, il potere dell’irrazionale e del primordiale. Un mondo illogico quello dominato dagli istinti e dalle paure, per descrivere il quale lo scrittore deve sventrare la lingua razionale. La lingua viene sventrata a livello lessicale, sintattico e con l’innesto di parole provenienti da altre lingue o da ambiti specialistici. Anche le regole grammaticali vengono spesso violate. Dal suo quartiere o dal fronte, Céline osserva l’umanità come un entomologo un formicaio, deridendo con il suo linguaggio caotico qualsiasi fiducia nel progresso e nella scienza. La società gli appare un insieme appiccicaticcio e malformato, la povertà un fenomeno antico e immutabile, un cieco destino.

«È da tanti di quei secoli che possiamo guardare i nostri animali che nascono, faticano e muoiono davanti a noi senza che a loro gli sia mai capitato nient’altro di speciale che non fosse ricominciare lo stesso insulso fallimento là dove tanti altri animali l’avevano lasciato. Ondate incessanti di esseri inutili vengono dal fondo dei tempi a morire in continuazione davanti a noi, e tuttavia restiamo lì, a sperare qualcosa…Nemmeno capaci di pensare la morte che siamo». (Viaggio al termine della notte).

Sotto questa scrittura tirata fino allo spasmo, vi è l’idea estrema che «È il nascere che non ci voleva», come scrive in Morte a credito, ma sarebbe errato pensare che questa firma inconfondibile generi nel lettore solo disperazione.

Grazie alle sue allitterazioni, all’uso delle onomatopee, Céline crea un ritmo travolgente, incalza i lettori in crescendo deliranti che strappano risate degne della lingua di Rabelais.

Cosa insegna il dottor Destouches agli aspiranti scrittori? Che lo stile basso è tutt’altro che trasandatezza, ma che richiede uno studio e un coraggio di sperimentazione che porta il quotidiano alla poesia. Perché voi, proprio voi, ve la sentite di ritornare alla poesia?

«Tu mica sei sempre stato così rincoglionito come oggi, abbruttito dalle circostanze, il mestiere, il bere, le sottomissioni più funeste… Te la senti, per un momentino, di tornare alla poesia ?… di fare un salterello di cuore e di minchia alla lettura di un’epopea, tragica certo, ma nobile… sfavillante!… Te ne credi capace ?…» (Morte a credito)

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