In Incipit - elementi di narratologia

La prima informazione che dà l’incipit è la risposta alla domanda: “Chi è il narratore?”. Il narratore, è bene ricordarlo, non è l’autore in carne ossa, anzi sarebbe meglio iniziare a chiamarlo voce narrante in modo da iniziare a domandarci che tipo di voce vogliamo assumere e dove ci vogliamo accomodare nel testo che stiamo scrivendo.

«Siedo in un ufficio, circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia».

D.F. Wallace, Infinite Jest

Qui la voce narrante si è accomodata, è il caso di dirlo, nel testo: ci sta dentro e ci tiene a comunicarlo subito non solo con un verbo alla prima persona singolare “siedo” (il caro King ci ricorda che la grammatica è il primo ripiano nella cassetta degli attrezzi di uno scrittore), ma con un aggettivo possessivo “mia”. Siamo in presenza di un narratore interno. Sottolineiamo anche che il fatto che Wallace dica di essere circondato da “teste e corpi” è un indizio sul timbro della sua voce narrante non da poco.

Non bisogna identificare su due piedi il narratore interno con il narratore in prima persona, né necessariamente con la voce del protagonista. La narrazione in prima persona, nel caso in cui abbiate deciso di sceglierla, ha sicuramente un grado di coinvolgimento per il lettore maggiore, lo tira per la giacca. Un esempio:

«Sono un uomo malato… Sono un uomo maligno. Non sono un uomo attraente».

Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo

Chi vorrebbe conoscere un uomo che si presenta così? Nessuno. Eppure ci ha incastrato: vogliamo sapere perché uno dice di se stesso che è malato, maligno, non attraente. E lo vogliamo con una curiosità maggiore che se Dostoevskij avesse scritto: «Lui era un uomo malato, maligno. Non era un uomo attraente» o ancora di più: «Penso che lui sia un uomo malato, maligno» dove il verbo pensare dà una ulteriore distanza tra il narratore e il personaggio narrato.

«Se a queste notizie sulle vicende del defunto Adrian Leverkühn alla prima e certo molto provvisoria biografia dell’uomo diletto, così terribilmente provato, innalzato e abbattuto dal destino, alla vita del geniale musicista premetto alcune parole su me stesso e sulle mie condizioni, dichiaro in modo assoluto che non lo faccio per il desiderio di mettere avanti la mia persona».

Thomas Mann, Doktor Faustus

Abbiamo qui un narratore interno, che però si presenta fin dall’incipit come il narratore di una vicenda altrui. La cogliete la distanza dall’incipit di Dostoevskij? Anche qui abbiamo la presentazione di un uomo “malato” e magari anche maligno – il titolo vorrà pur dir qualcosa? – ma il lettore ha il narratore come intermediario tra il “male” del protagonista e se stesso. Ne è per certi versi protetto.

C’è anche un altro tipo di narratore interno, nascosto. Non ci credete? Trovate questo narratore:

«Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riuscire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre col sentirgli dir sempre a quel modo aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo».

Giovanni Verga, Rosso Malpelo

I nostri ricordi scolastici ci portano a questi tre punti:

·         La tecnica dello straniamento

·         La tecnica dell’impersonalità

·         L’utilizzo del discorso indiretto libero

Ma qui abbiamo bisogno di un altro articolo, segno che alcuni autori troppo presto lasciati nello zaino di scuola, sono maestri di scrittura più di quanto la moda dello storytelling ammetta.

Alla prossima.

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