In Nomi d'autore

Pastorale americana

Autore: Philip Roth

Prima edizione: 1997

Lingua originale: Inglese

Edizione italiana: 1998, Giulio Einaudi Editore

 

 

Seymour Irving Levov

 

Seymour Irving Levov non aveva la nazionalità adatta per chiamarsi così.

A pronunciarlo, poteva sembrare scozzese nelle r o russo nelle v, ma mai americano, di famiglia ebrea e vissuto negli anni della Seconda Guerra Mondiale.

A dirlo tutto insieme, pareva uno scioglilingua, Seymour Irving Levov, cadeva in bocca male, come se nominasse un uomo già confuso al solo scandirlo.

Il cognome tirannico stonava con il suo aspetto morbido, biondo com’era di capelli e celeste negli occhi. Fu soprannominato Lo Svedese negli anni del liceo, quando era un asso del football. Pareva che l’aggettivo fosse stato coniato per lui come se, a diciott’anni soltanto, ricevesse il nome di battesimo.

Rimase Lo Svedese anche in età adulta, quando di scandinavo in lui restava solo il freddo della casa vuota. Svedesone, arrangiati, gli urlava al telefono il fratello minore Jerry.

 

Seymour e Lo Svedese, in una persona sola, cessavano di esistere nella figlia Merry, per la quale l’unico epiteto riconoscibile era p-papà, tartagliato per via di una balbuzie infantile. Papà ho preparato i biscotti al cioccolato, Papà ho la febbre, Papà ti voglio bene, Papà ho ucciso quattro persone, Papà sono una terrorista.

Papà è l’accento sulla A rimasto strozzato in gola; è la ripetizione della stessa sillaba per due volte, quasi a convincersene; è il risentimento di una sedicenne, urlato per partecipare alla rivoluzione del ’68. Papàààààà è l’eco rimbombato da Chicago fino al New Jersey, mentre Merry veniva stuprata, rompendosi un dente.

Di Seymour detto p-papà rimane niente, come di Seymour marito, tradito in cucina dalla moglie Dawn, nell’atto di scartocciare le pannocchie. Rimane poco di figlia e moglie, coniate nei nomi di Merry (e) Dawn.

 

L’alba lieta del trio famigliare smette di sorgere quando Lo svedese muore per un cancro alla prostata, sebbene a smagrirlo pelle e ossa fosse stato il dio Solitudine.

Sperso a Old Rimrock, si sentiva come il protagonista della sua favola preferita, Giovannino Semedimela. Un faccione allegro, senza particolare nazionalità o credo religioso, viandante di strade e spargitore di semi.

Spaiato come un calzino di Merry, Lo Svedese alias Giovannino ogni sabato si infilava gli stivali e percorreva gli otto chilometri di strada fino al villaggio, come se anche lui, nel tragitto, gettasse semi di mela, semi di Ricominciamo daccapo, semi di Mia figlia tornerà, semi di Questo non sono io, semi di Sforzarsi di tirare avanti come se niente fosse. E i meli crescevano, alti come Merry a sedici anni il giorno che fece saltare in aria l’ufficio postale, marci nelle radici mai estirpate a dovere. I meli crescevano coi rami ricurvi per il peso, il peso che Seymour Irving Levov teneva in groppa, come un mulo, come un cavallo prossimo a imbizzarrire, come uno che esce dalla vita coi vestiti fucilati in più parti, come uno che muore e ancora obbedisce.

Il mio nome era diventato «Iii-oh». Era così che gli istruttori meridionali pronunciavano Levov, lasciando cadere la elle e le due v – tutte consonanti superflue – e allungando le due vocali. «Iii-oh!» come il raglio di un somaro[1].

[1] Philip Roth, Pastorale americana, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1998, Cap. V, p. 228.

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