In Incipit - elementi di narratologia

 

«L’autore dovrebbe considerare se stesso non come un gentiluomo che offra un pranzo in forma privata o d’elemosina, bensì come il padrone d’una taverna aperta a chiunque paghi. Nel primo caso, colui che invita offre naturalmente il cibo che vuole, e quand’anche questo sia mediocre e magari sgradevole ai loro gusti, gli ospiti non debbono protestare; ché l’educazione impone loro d’approvare e lodare qualunque cosa venga loro posta dinanzi. Proprio il contrario accade al padrone d’una taverna. Quelli che pagano vogliono dar soddisfazione al proprio palato, anche quando questo sia raffinato e capriccioso, e se non è tutto di loro gusto, si sentono in diritto di criticare, di protestare, d’imprecar magari contro il pranzo, senz’alcun ritegno».(Henry Fielding, Tom Jones).

Riprendiamo da dove ci eravamo lasciati. Avevamo detto che nel momento in cui iniziamo il nostro romanzo, ci distacchiamo dalla molteplicità delle storie possibili e facciamo un ritaglio. Questo ritaglio deve essere compiuto in modo netto fin dall’inizio, proprio per evitare di trascinare il lettore nel travaglio del dubbio (scriverò una storia fantastica o realistica? Userò un linguaggio basso o colto? Userò la prima o la terza persona? Sarà una storia lunga o breve?) che ci ha angustiato.

Fielding nel sopracitato incipit, paragona lo scrittore al padrone di una taverna, che deve avere come obiettivo la soddisfazione del palato del pubblico. Se questo fa storcere il naso a chi non ritiene che il romanzo debba curarsi di ammiccare al pubblico, macchiandosi della colpa di divenire “prodotto”, bisogna tuttavia partire dall’assunto che se decidiamo di scrivere una storia veniamo fuori dal linguaggio privato del diario, per entrare in quello della narrativa, che ha per implicito il rapporto scrittore/lettore.

Se, quindi, non volete tenere conto del vostro lettore, direi di non cominciare affatto un romanzo, ma di tornare a scribacchiare nei diari segreti. Viceversa, prendete per buona la metafora di Fielding e iniziate a preparare qualcosa di gustoso o preparatevi alle critiche.

«Scrivi con la porta chiusa, riscrivi con la porta aperta» dice Stephen King nel libro On writing, suggerendo che superato il momento della gestazione, viene il momento della correzione e poi quello in cui affidare la creatura agli altri, poiché a quel punto l’opera «appartiene a chiunque abbia voglia di leggerla. O criticarla».

L’incipit è il momento in cui dovete apparecchiare la tavola per il lettore, porgendogli il menù.

«Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato, nel suo letto, in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza, e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso, solcato da nervature arcuate, sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra. Una quantità di gambe, compassionevolmente sottili in confronto alla sua mole, gli si agitava dinanzi agli occhi».

(Franz Kafka, La metamorfosi).

G. SamsaPrivilegio sempre la traduzione di Anita Rho (per Adelphi), quando cito questo celebre incipit.

Quale tavola ha apparecchiato per noi Kafka? Ci dice subito che non ci sta offrendo una storia realista. Eppure ci sono vari segni che non ci sta conducendo in una fiaba e neppure in una storia fantasy: il personaggio è chiamato con nome e cognome, la descrizione è minuziosa e con termini poco adatti al registro fiabesco (convesso, arcuate, compassionevolmente, mole). Quindi, i “clienti” di Kafka non hanno diritto a protestare quando scopriranno che questo racconto lungo non parla propriamente di uno scarafaggio o incantesimi.

L’oste-scrittore aveva dato vari indizi.

Apparecchiare la tavola non significa necessariamente fornire informazioni o coordinate, uno degli incipit più deliziosi è il misteriosissimo menu che ci presenta Diderot:

«Come si erano incontrati? Per caso, come tutti. Come si chiamavano? E che ve ne importa? Da dove venivano? Dal luogo più vicino. Dove andavano? Si sa dove si va?».

(Denis Diderot, Jacques il fatalista e il suo padrone).

Il tono. Qui non ha importanza cosa ci dice lo scrittore (non ci dice nulla), ma come ci sta parlando. Innanzitutto, si rivolge direttamente a noi, con malcelata saccenteria. Il tono è scorrevole e allettante, eppure a naso un lettore esperto (e lo ripeto anche stavolta: chiunque aspira a fare lo scrittore deve essere un lettore esperto) sa che non è un libro facile o, quantomeno, se lo scrittore fa tanto il misterioso sulla trama, forse ci sta semplicemente comunicando che non è quella la cosa più importante del libro e che forse tutti i personaggi e le peripezie che lui ci narrerà sono espedienti per parlare di altro. Jacques il fatalista è infatti, con una definizione che, come tutte le definizioni, ha i suoi limiti, è un meta-romanzo.

A proposito di incipit che si rivolgono direttamente al lettore, fatemi sapere se ne avete incontrato qualcuno che vi tira dentro al libro così:

«Sì che ci sei stato. Io non dimentico mai una faccia.

Vieni, vieni, qua la mano! Ti dirò, guarda, ti ho riconosciuto da come camminavi prima ancora di vederti bene in faccia. Non avresti potuto scegliere un giorno migliore per tornare a Castle Rock» (Stephen King, Cose preziose).

Al contrario, ci sono romanzieri che sembra vogliano respingere i propri lettori, comunicando fin dall’incipit che l’impresa è dura, che la lettura non sarà una passeggiata.

«Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913» (Robert Musil, L’uomo senza qualità).

La prima volta che, da giovane studentessa universitaria, presi in mano il primo dei due volumi dell’opera di Musil, pensai: «Che diavolo sta dicendo?» o qualcosa del genere. Avere 1115 pagine davanti e qualcuno che inizia a parlare di isoterme ed isotere può risultare avvilente. L’autore gioca con la pazienza del lettore, gli propina anche l’oscillazione mensile aperiodica, per poi inebriarlo con annuari astronomici. Nel sesto periodo, finalmente, la battuta.

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