In Nomi d'autore

L’invenzione della madre

Autore: Marco Peano

Prima edizione: Minimum Fax, 2015

Lingua originale: Italiano

Una madre, quando muore, smette di essere chiamata per nome.

Il figlio ne diventa avaro. Come se, a furia di ridirla, potesse consumarsi perfino a parole.

Come se, urlandola, potesse sporcarsi in un mozzico di sillaba.

La pronuncia è imbalsamata, ferma all’ultimo respiro della donna. Non la si può sprecare nei pranzi di famiglia, negli incontri in tintoria, nell’acquisto dell’ultimo tailleur blu, che la veste il giorno dell’estrema unzione e la vestirà per sempre.

Non la si può scandire a voce alta. Perché Mattia è un figlio premuroso e sua madre si è addormentata e lui non vuole risvegliarne il nome.

Così lei, spenta, il volto slavato, diventa madre e basta.

E Mattia fa rima con malattia; la è sillaba intrusa, si inserisce prepotente nel figlio, spezzandolo a metà, imponendo il cancro materno.

Madre diventa sinonimo di tumore quando Mattia ha diciassette anni. Metastasi, metastasi, metastasi ripete lui, per sette anni, come una filastrocca letale. Quando l’ha imparata a memoria e può dirsi preparato, lei smette di essere.

Il suo nome da giovane squaw implode; implode la tribù familiare di cui è matrona; implode la lettera O, pronunciata nel nome al posto della A. Per sbaglio.

Implode questa Pocahontas allettata di là, mentre figlio e padre si lanciano addosso il dolore. Rimangono i cinquantaquattro anni di donna pellerossa.

Rimane la madre-pioggia, perché questo è l’odore fangoso lasciato da una seduta di chemioterapia.

Rimane la madre-occhio, quando il male la costringe cieca. Mattia vuole perlomeno congelarne il respiro e le chiede di soffiare dentro a un palloncino; lo sgonfierà poi, nell’infinito dell’assenza. Per inalarla.

Diventa madre-bara, quando Mattia sfila il nastro dalle videocassette che l’hanno filmata in vita e lo svolge dal cimitero fino a casa. Come a farla ritornare.

Rinasce nella madre-gatto, quando il felino domestico ricopia il ciclo terminale della donna e perde ciocche di pelo, quasi a ribadire la reincarnazione del già visto.

Madre è la forma istituzionale del legame, sorretto, in presenza degli altri, dal possessivo mia.

Mia madre aveva il cervelletto marcio e il corpo di cartapesta.

Il legame si addolcisce quando restano soltanto lui e lei e Mattia può implorare Mamma, mamma, mamma, spalancando la mascella nell’urlo delle due A.

Perché madre è poco intimo; se cade la dentale, restano le onde sulla spiaggia.

È estate, mesi pieni di nulla sono passati. Mattia è al mare […]  è avido di capire il modo in cui la realtà è cambiata. Cerca di raccogliere il maggior numero di informazioni, come se conservandole nella memoria, cogliendo lo scarto fra il mondo della madre viva e quello della madre morta, potesse condividere queste differenze con i ricordi che ha di lei, mettendo in comunicazione due zone che stanno separate[1].

 

M a d r e

(Secondo te ha sofferto?)

 

 

[1] Marco Peano, L’invenzione della madre, Minimum Fax, Roma, 2015, p. 215.

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