In Nella stanza del giallista

 

Da quel momento la mia vita divenne un lungo suicidio.

Si apre con queste parole di Lacenaire, poeta-ladro-truffatore-assassino, il primo romanzo della Trilogie noire di Léo Malet, La vita è uno schifo.

Il romanzo è stato pubblicato alla fine degli anni Quaranta e vent’anni dopo è entrato a far parte della trilogia in questione.

Malet era già conosciuto come autore di polizieschi (oggi diremmo che era un “giallista”) e aveva raggiunto una certa notorietà, nonostante l’ombra gigante di Simenon, con il suo grande personaggio Nestor Burma.

Usando le parole di Luigi Bernardi, possiamo affermare che la Trilogie noire ha rappresentato, e rappresenta ancora oggi, la grammatica del noir. Perché?

È presto detto. Riportiamo un passo dal quinto capitolo del romanzo La vita è uno schifo di cui si accennava pocanzi l’esergo e leggiamo:

 “Mi svegliai con la fronte umida e le cosce appiccicose per la polluzione notturna. Quella notte l’avevo avuta solo per me. Era stato troppo bello. Fui invaso da un’immensa tristezza, che accentuò ulteriormente il livido albeggiare che stava entrando furtivamente in camera. Non mi piaceva lo spuntar del giorno, perché da molto tempo non avevo che risvegli da condannato a morte. Non amavo neppure il crepuscolo, che annunciava le tenebre che mi paralizzavano di terrore nella mia solitudine. M’invase un’immensa tristezza. Il magone. La Cucaracha. Mi sentii sconquassato e distrutto come nei miei sogni abituali. Bisognava arrendersi all’evidenza: il problema era senza soluzione.”

La voce che sentiamo è di Jean Fraiger, protagonista del romanzo. Da subito notiamo l’irrequietezza del personaggio, l’animo nero, una profonda ineluttabilità che emerge usando due chiavi suggestive: il sudore, che è la fatica di vivere, e l’inconscio che spesso gli causa incubi e lo costringe a risvegli da «condannato a morte».

Jean, però, è anche un anarchico, in tutti i sensi. Fa parte di un gruppo di anarco-comunisti, pronti alla rivoluzione, che si autofinanziano con rapine e furti. Insomma, il piombo e l’azione non mancano.

“L’auto sembrò volare. Un poliziotto, che cercava di sbarrarci la strada, rifletté in tempo che non era ancora maturo per raccogliere postuma una medaglia al valore, e si scansò con la grazia di un torero. Tuttavia non mancò di salutarci con il suo revolver. Il parabrezza si crepò a raggiera e si udì un ploc sulla carrozzeria, senza ulteriori danni.

Albert pareva una statua di bronzo. Il piede sull’acceleratore, le mani guantate contratte sul volante, un’aria truce, praticamente irrigidito, faceva tutt’uno con il veicolo. Azzannava le curve con un rabbioso ringhio di pneumatici. M’immaginavo la vettura con l’aspetto di una bestia feroce.

Paul controllava la strada dal finestrino posteriore. Un’auto aveva tentato di inseguirci, ma poi aveva desistito. Ora stavamo correndo in mezzo ai campi, a un’andatura folle, senza nessuno sulle nostre tracce.

Mi passai la mano sugli occhi.

«Perdio, se è stato lungo!», esclamai.

«No», disse Albert. «Tutto si è svolto rapidamente».

«Mi è parsa un’eternità», ripetei. «Forse perché in qualche secondo ho fatto il lavoro di parecchi mesi».

«Si è messa male, eh?».

«Un autentico macello», intervenne Paul con il tono neutro della pura e

semplice constatazione.

Accesi una sigaretta. Un vero macello, sì. E non era che l’inizio.”

Ma c’è di più. Jean è innamorato. Innamorato pazzo di una donna splendida e sfuggente.

L’autore, quindi, ci mostra quella che abbiamo chiamato “grammatica del noir”, grazie a un protagonista tormentato, vittima della società in cui vive e anche vittima di sé stesso, una femme fatale che qui è al suo apice attraverso il surrealismo dell’amour fou e, infine, la violenza, che è sempre sinonimo di morte ed è moneta di scambio fra disadattati.

Malet, con La vita è uno schifo e gli altri due romanzi della Trilogie (Il sole non è per noi e Nodo alle budella) chiarisce definitivamente cos’è il noir autentico: un romanzo psicologico che ruota attorno alla vittima, in una discesa agli inferi, senza alcun possibile ritorno.

“Mi sentivo solo e stanco. L’aver pronunciato il nome di Lebas mi fece pensare a Gloria. Pensai a Gloria e a un mucchio di altre cose. In pratica non assistetti alla discussione che seguì. Ero assente.

Pensavo che tutto andava in fumo, che i minatori erano dei cretini, che i compagni di laggiù avevano evidentemente sbagliato a rivelare la provenienza del denaro, ma che ciò non toglieva che i minatori fossero dei fottuti imbecilli e che si meritavano la loro mediocre e lurida esistenza. Perdio! Se erano così delicati dovevano solo continuare a lavorare, farsi bastonare, scopare mogli racchie quanto loro e fare piccoli minatori in attesa dell’emancipazione per misericordia divina… e pensare alla rivoluzione, alla trasformazione in una società migliore e altre fesserie eternamente promesse e mai realizzate…”

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