In Incipit - elementi di narratologia

 

«Detto questo, diede de’ sproni a Ronzinante, senza badare al suo scudiere, il quale continuava ad avvertirlo ch’erano fuor d’ogni dubbio mulini da vento e non giganti quelli che andava ad assaltare. Ma tanto s’era egli fitto in capo che fossero giganti che non udiva più le parole di Sancio, né per avvicinarsi arrivava a discernere che cosa fossero realmente; anzi gridava a gran voce: “Non fuggite, codarde e vili creature, ché un solo è il cavaliere che viene con voi a battaglia. In questo levossi un po’ di vento per cui le grandi pale delle ruote cominciarono a moversi; don Chisciotte soggiunse: “Potreste agitare più braccia del gigante Briarèo, ché me l’avete pur da pagare”».

Anche chi non ha letto Don Chisciotte delle Mancia conosce questa scena, l’ha immaginata tante volte, ha usato la frase “sto lottando contro i mulini a vento”. Sì, perché lo scrittore non crea solamente storie, ma crea anche immagini e spesso ammette che il suo processo creativo parte proprio da un’immagine, che poi diviene storia:

«All’origine d’ogni mio racconto c’era un’immagine visuale. Per esempio, una di queste immagini è stata un uomo tagliato in due metà che continuano a vivere indipendentemente; un altro esempio poteva essere il ragazzo che s’arrampica su un albero e poi passa da un albero all’altro senza più scendere in terra; un’altra ancora un’armatura vuota che si muove e parla come ci fosse dentro qualcuno».

Quasi non c’è bisogno di scrivere chi ha detto queste parole, perché le immagini che lui ha creato: un personaggio dimezzato, uno rampante e uno inesistente, credo che siano nell’immaginario di moltissimi lettori.

Per Italo Calvino (era lui, eh!) la parola scritta veniva dopo l’immagine che si presentava nella sua mente.

È lo stesso procedimento usato da Stephen King. Ce lo racconta in On writing, dove ammette che nessun suo romanzo è partito dalla trama, ma che questa si è costituita in qualche modo da sola, partendo da un’immagine che a lui viene sotto forma di domanda:

«E se una cittadina del New England venisse invasa dai vampiri? (Le notti di Salem) E se un poliziotto di una remota cittadina del Nevada impazzisse e cominciasse ad ammazzare tutti quelli che gli capitano a tiro? (Desperation) E se una donna delle pulizie sospettata di un omicidio per il quale non è stata incriminata (quello del marito) venisse indiziata per un omicidio che non ha commesso (quello della sua datrice di lavoro)? (Dolores Claiborne) E se una giovane madre e suo figlio restassero intrappolati in un’automobile in panne assediata da un cane idrofobo? (Cujo).

Queste sono tutte situazioni che ho immaginato – facendo la doccia, guidando, passeggiando – e successivamente trasformato in libri».

Scrivere per immagini, quindi, non è appannaggio degli sceneggiatori, ma significa acquisire quella che Calvino chiamava, nelle Lezioni americane, la visibilità, ossia la capacità di «far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini».

L’immagine che parla allo scrittore, che gli si presenta come un seme da cui scaturirà la storia, se riuscirà ad acquistare forza espressiva rimarrà per sempre impressa negli occhi del lettore, farà parte del suo immaginario.

Proviamo a fare un gioco: quali immagini letterarie sono chiarissime in noi, come se le avessimo viste con i nostri occhi?

  • “Che occhi grandi che hai” -“È per mangiarti meglio”. L’avete vista vero la scena? Un lupo in un letto, con una cuffia da notte in testa, una bimba che gli si avvicina.
  • Una bottiglietta, con su scritto “Bevimi”. La bottiglietta sta su un tavolo di vetro. Cosa succede a una bambina curiosa che vede questa bottiglietta? Perché è importante che, dopo averla bevuta, la riponga sopra un tavolo di vetro? Poniamo caso che quel liquido la faccia diventare talmente minuscola che raggiungere la sommità del tavolo significhi fare una scalata….
  • “Era come un liquor suttile e molle,/atto a esalar, se non si tien ben chiuso;/e si vedea raccolto in varie ampolle,/qual più, qual men capace, atte a quell’uso./Quella è maggior di tutte, in che del folle/signor d’Anglante era il gran senno infuso;/e fu da l’altre conosciuta, quando/avea scritto di fuor: Senno d’Orlando”.

Insieme all’uomo che combatte con i mulini a vento, questa è una delle immagini letterarie con più visibilità: un paladino a galoppo di un cavallo alato, sulla luna a ricercare in una valle le cose smarrite dagli uomini sulla terra. Qui, in un’ampolla, trova il senno dell’amico impazzito. Quanta forza c’è in questa immagine? Il solo pensarla, vederla, non racchiude già una storia, un mondo?

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