In I mestieri del libro, Interviste

Ciao Andrea. Grazie per aver accettato l’intervista qui su Sai Scrivere. Iniziamo con le presentazioni. Traduci prevalentemente narrativa o saggistica? Vuoi nominare qualche opera da te tradotta?

Ho iniziato come traduttore di poesia e oggi traduco sia poesia sia narrativa. I testi di cui mi occupo sono principalmente «post-coloniali», scritti cioè da autori provenienti dalle ex colonie britanniche. Tra i narratori che ho tradotto cito Chimamanda Adichie (soprattutto il suo romanzo più ambizioso, Americanah), Hisham Matar, Ginu Kamani, Hari Kunzru, Lloyd Jones, Alexis Wright e molti altri. Tra i poeti nomino volentieri Carol Ann Duffy, Margaret Atwood, Sujata Bhatt, Karen Alkalay Gut, Arundhathi Subramaniam. In svariati casi sono stato il primo a “porgere” i loro testi ai lettori italiani.

 

Hai sempre saputo di voler fare il traduttore o ci sei arrivato per caso?

Ci sono arrivato abbastanza per caso. È vero che fin da ragazzo amavo tradurre poesie (soprattutto dei grandi modernisti come Yeats e TS Eliot), oppure le canzoni dei gruppi progressive che al tempo ascoltavo, ma non avrei pensato di fare una professione di quella che consideravo solo una passione “privata”. È stato alla fine degli anni Novanta, quando ho cominciato a collaborare con «Semicerchio», la rivista fiorentina di poesia comparata, che ho capito che avrei potuto contribuire con mie traduzioni o che avrei potuto anche proporre e realizzare progetti editoriali, come il mio primo in assoluto, l’antologia di poesia femminile indiana contemporanea L’India dell’anima, uscita in prima edizione nel 2000 per la Casa Editrice Le Lettere. Da allora, anche grazie al supporto e la guida di Anna Nadotti, ho proseguito la collaborazione con la narrativa straniera Einaudi.

 

Leggi sempre tutto il testo prima di cominciare a tradurre? Come procedi?

Sì, cerco sempre di leggere completamente un testo prima di tradurlo. Penso che sia importante, ovviamente se i tempi spesso strettissimi dell’editoria lo consentono, farsi un’idea più ampia possibile dello stile e della poetica dell’autore e delle caratteristiche di uno specifico testo. Per la narrativa, in particolare, faccio una specie di “pre-traduzione” durante la lettura, segnandomi a margine del libro le parti più irte o controverse, ragionando su quelle che percepisco essere le difficoltà maggiori che incontrerò. Una volta che ho individuato e familiarizzato con la voce narrativa e le altre voci di contorno, inizio la traduzione vera e propria; di solito (quando è possibile) sovrascrivendo un file modificabile con il testo. Dopo aver completato la prima stesura, e dopo una prima revisione di massima, utilizzo i programmi di lettura vocale per riascoltare il testo tradotto e confrontarlo con l’originale. La prova della lettura ad alta voce è fondamentale per la qualità del prodotto finale in quanto consente di evitare le ripetizioni o i “salti” e di prestare la giusta attenzione agli elementi ritmici e sonori del testo. Un’altro elemento importantissimo, ovviamente, è il contributo del revisore, con il quale (o la quale) dovrebbe esserci un rapporto di stima reciproca e collaborazione.

 

C’è una traduzione che hai amato particolarmente, e perché?

Ne ho amate tante, per ragioni e contingenze diverse. Citerei l’ultima che ho fatto, quella del romanzo The North Water di Ian McGuire, che uscirà a giugno per Einaudi. Si tratta di un libro particolare, costruito su una situazione ambientale e psicologica estrema, di violenza primordiale. Una storia spietata, ambientata su una baleniera in Groenlandia nella seconda metà dell’Ottocento, in un mondo pre-contemporaneo ormai irreparabilmente corrotto. La sua traduzione è stata un’esperienza coinvolgente e disturbante anche a livello emotivo, per non parlare delle grandi difficoltà nel ricostruire un linguaggio creato ad arte per riprodurre un certo tipo di gergo ottocentesco che l’autore ha voluto ricreare ex novo in modo che non suonasse troppo dickensiano o melvilliano.

 

C’è un’autore che sogni di tradurre, o un romanzo in particolare?

Mi piacerebbe cimentarmi nella ritraduzione di un classico, o magari di un grande autore del Novecento. Ho incontrato due o tre volte autori che facevano della ricerca linguistica “anticata” la loro cifra stilistica, come il succitato McGuire. Ma la sfida di trovare una “via contemporanea” alla restituzione di un capolavoro del passato è qualcosa che mi attrae molto.

 

Che consiglio vorresti dare a chi vuole entrare nel mondo della traduzione?

Nessun consiglio particolare, se non quello di seguire le proprie propensioni e specializzarsi il più possibile, trovando la propria poetica. Di solito si traducono meglio le cose che si amano di più, quelle che più ci hanno interessato come lettori. In fondo il traduttore non è che un lettore molto attento e pignolo! Non mancano oggi le occasioni di ricevere una buona formazione specifica, sia linguistica sia traduttologica. Ma il consiglio che mi sento di dare e quello di essere curiosi, di non stancarsi di approfondire. Di “farsi crescere le antenne” come ama dire Laura Prandino, una nostra brava collega. Il che significa non fermarsi, pigramente, al primo traducente, il più ovvio, ma cercare di prendere in esame tutte le possibilità per attuare consapevolmente quella pratica di “scelta sensibile” che è in definitiva una traduzione letteraria.

 

Per chiudere, ci racconti su cosa stai lavorando?

Ultimamente mi piace affiancare l’attività del traduttore ad altri ruoli in ambito letterario: critico di poesia, scout-consulente editoriale e organizzatore di festival ed eventi poetici. Ho in ponte diversi progetti editoriali, alcuni dei quali attendono una possibilità di pubblicazione.

Recommended Posts

Leave a Comment

Contattaci

We're not around right now. But you can send us an email and we'll get back to you, asap.

0

Start typing and press Enter to search