In Interviste

Ciao Nicolò prima di entrare nel vivo delle domande, presentati ai nostri lettori. Dove vivi?

​Ciao a tutti quanti! Vivo a Roma da 12 anni, ma sono nato e cresciuto a Bergamo.​

E qual è il tuo lavoro?

​Il mio lavoro orbita perlopiù intorno alla narrazione. Principalmente scrivo per soggetti di film, cortometraggi, documentari, ma ho fatto e faccio anche sporadiche incursioni nel mondo del teatro. Inoltre, da un paio d’anni, tengo anche dei corsi nelle scuole in cui insegno a bambini e ragazzi un mio metodo semplice e divertente per sviluppare la scrittura e l’arte del racconto.

L’anno scorso hai partecipato al nostro contest “Scrivi il tuo racconto”, vincendo il secondo posto. È cambiato qualcosa nel frattempo nel tuo rapporto con la scrittura e nelle tue abitudini?

​Sì, sono un aficionados dei concorsi di ​Sai Scrivere. Non è cambiato molto da allora nel rapporto con la scrittura. Continua a essere un bellissimo rapporto d’amore, nonostante gli intoppi e i bravi che si oppongono. Ma mi sto impegnando a dedicarle sempre più attenzioni e tempo. Tempo buono, di qualità, non ritagli o avanzi di giornata. In particolare rivolto a un romanzo famigliare che iniziai anni fa, ma che poi ho sempre lasciato in coda a tutto il resto.
Da circa un anno, inoltre, ho iniziato a collaborare con un gruppo di colleghi (ma oltre che colleghi, amici!). Una writers’room, in cui scriviamo, ci scambiamo consigli e sviluppiamo nuove idee sotto la guida severa, ma giusta del nostro maestro e mentore Francesco Trento.

Ultimo libro letto?

Ne ho alternati due: Diavoli stranieri sulla via della Seta, di Peter Hopkirk​ (Adelphi), un saggio storico avvincente come un romanzo, e Colpisci e Scappa di Doug Johnstone (CasaSirio Editore), un thriller noir brutale e divertente al tempo stesso.

Da dove hai tratto l’ispirazione per il tuo racconto “Povera gente”?

​Sono partito dalla richiesta del contest: oltre a essere un thriller, occorreva che ci fosse un personaggio in divisa. Ho pensato quindi a nascondere il più possibile la divisa che avevo scelto. Volevo sviare le indagini del lettore, se così si può dire. Sono andato alla ricerca di un meccanismo che potesse mimetizzarla. Poi via via, sono risalito alla location che mi sembrava più adatta e quindi al suo protagonista. E da lì sono poi ripartito per definirne un carattere e un punto di vista che potessero al tempo stesso svelare e nascondere le informazioni.

Quante volte l’hai rivisto prima di inviarlo al contest?

​Un paio nei giorni successivi alla prima stesura e un’ultima revisione dieci giorni dopo.
Mai abbastanza, comunque. Se è vero che scrivere è riscrivere (e lo è), io scrivo meno di quanto vorrei. Più che “sindrome da foglio bianco”, ho paura del foglio scritto. Rileggere vuol dire trovare un’infinità di refusi, tempi sconnessi, parole sciatte, aggettivi messi a caso e interi paragrafi arrugginiti. Eppure, superata quella fase iniziale di rifiuto, rivedere un mio testo finisce con l’essere la parte della scrittura che preferisco. Più faticosa, ma che mi dà più soddisfazioni. Non abbastanza, dicevo, per fortuna però arriva un momento in cui devi accettare di mettere la parola fine e andare avanti. La deadline di consegna dei concorsi è molto utile in questo!

Un saluto ai lettori della Community

​Un abbraccio a tutti quanti! E in vista dell’imminente anno nuovo, vi auguro tanto tempo buono per scrivere e tanto tempo buono per leggere.​

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