In I mestieri del libro, Interviste

Buongiorno Michele, parliamo un po’ di lei. Quale percorso formativo e professionale l’ha portata a diventare editor di Antonio Tombolini Editore?

Sono un autore, uno scrittore, prima di tutto. E questo rimane il mio ruolo principale nella vita.

In passato sono stato anche giornalista professionista, ma è un mestiere dal quale mi sono allontanato scoprendo che proprio non faceva per me. A me piace raccontare storie, sono poco interessato alla realtà. A prescindere dai miei ruoli professionali sono soprattutto un grande lettore. Uno che legge molto e legge di tutto con curiosità e attenzione. Da Joyce al libretto di istruzioni della lavatrice.

Mi sento un po’ prestato all’editoria, perché ci sono arrivato per caso, quando l’editore Antonio Tombolini, a cui ero legato da lunga amicizia, mi ha chiesto di occuparmi come direttore editoriale della casa editrice che stava nascendo. Era una bella scommessa, sarebbe stato sciocco non giocarla. Tanto più che per indole mi piace infilarmi in nuove avventure.

Occupandomi della direzione editoriale di una casa editrice sì piccola, ma assai ambiziosa e complessa, in realtà curo pochissimi editing, solo di alcuni autori. Per tutti gli altri abbiamo un valido editor professionista. Credo comunque che alla base del mestiere di editor debba esserci soprattutto un solida formazione da lettore. Poi tutto il resto.

 

Quante persone siete in redazione? Come vi relazionate tra di voi?

Siamo una redazione fluida, viviamo nel nostro tempo che è il tempo della rete.

Oltre all’editore, Antonio Tombolini che dimora a Loreto, nelle Marche, siamo in quattro e ognuno di noi abita dove si trova meglio: io un po’ alle pendici del Monte Rosa e un po’ a Dublino. Il mio braccio destro in redazione, Costanza Alpeggiani, lavora da Milano. L’art director Marta D’Asaro da Londra e l’editor Emanuele Valere da Torino. Poi abbiamo dei collaboratori esterni. In particolare un social media manager a Dublino, Massimiliano Roveri, che è lo stesso della scrittrice irlandese Catherine Dunne. Lavoriamo in rete, molte e-mail e strumenti di lavoro on line come Basecamp. Hangouts o Skype quando serve e quando riusciamo anche qualche incontro dal vivo a Milano o a Loreto.

Siamo una squadra affiatata. E poi questo credo sia il futuro del lavoro: poter scegliere quelli che tu consideri i migliori senza obbligarli a spostarsi né doverti per forza spostare tu.

 

Che collane offrite ai vostri lettori?

L’intervento dell’editore Antonio Tombolini nella casa editrice è quello di scegliere i direttori di collana: persone che godono della sua fiducia e del suo apprezzamento e sono completamente autonome nelle scelte editoriali. Personalmente dirigo tre collane di narrativa non di genere: la più importante, dal mio punto di vista, è senz’altro Oceania che pubblica romanzi e raccolte di racconti di scrittori in lingua italiana che non vivono in Italia. Una ricchezza di voci senza pari.

Poi, sempre sul versante della narrativa, c’è la collana Vaporteppa diretta da Marco Carrara, vero punto di riferimento per lo streampunk in Italia; Amaranta, una collana rosa dai contorni contemporanei diretta da Amanda Melling; Le Baccanti, genere erotico magistralmente curata da Alvaro Zerboni, già direttore di Play Boy Italia per oltre quindici anni; Oscura, noir, gialli e thriller selezionati dal bravissimo Massimo Padua. Più alcune nuove collane come I Borghi diretta da David Spezia e Roads dedicata alla narrativa di viaggio e curata dall’italo-canadese Giulia De Gasperi.

Poi c’è la saggistica che è un altro mondo e della quale mi limito a ricordare l’interessante collana Heterodoxa curata da Stefano Tombolini; Studio Digitale diretta da Silvano Tagliagamba e Roberto Maragliano e dedicata alla scuola; Transiti curata dal mitico Vittorio Zambardino.

E come non ricordare la filosofia con Firiwizzo Meista a firma di Giuseppe Landolfi Petrone? O il gran lavoro di ricerca tra gli archivi della collana Perle diretta da Alessandra Marfoglia? O la presenza di un musicologo controcorrente come Alessandro Zignani alla guida della collana Il Canto della Terra?

E qui mi fermo per ragioni di spazio, ma un giro sul sito della casa editrice può mostrare come stiamo costruendo un ampio catalogo affidandoci a curatori interessanti e competenti nei loro settori. Insomma non sempre i soliti. Anzi.

 

Cosa è importante per fare una proposta di un’opera o una proposta di traduzione?

Ogni opera va indirizzata alla collana di riferimento e ogni direttore di collana ha i propri parametri di scelta e i propri tempi. Sul sito sono presenti i contatti di tutti i curatori. Per le collane di narrativa non di genere che seguo personalmente basta scrivere una presentazione e mandare il proprio lavoro. Leggiamo tutto, in tempi non brevissimi, intorno ai 6/8 mesi, ma rispondiamo sempre.

 

Quali fasi segue un’opera scelta per la pubblicazione, fino alla stampa?

Una volta selezionata l’opera e firmato il contratto comincia il lavoro di editing. Finito il quale si immaginano i tempi di uscita del libro. Si preparano la copertina e la scheda completa del volume. Si procede in parallelo alla realizzazione dell’ebook e ad impaginare il formato per la stampa. Facciamo un’ultima attenta correzione delle bozze. Studiamo il lancio in rete e poi via… si parte per il mondo. Gli ebook sono distribuiti in tutti i principali store nazionali e internazionali e i libri cartacei sono in vendita sul sito dell’editore e sui principali store Amazon internazionali (non solo Amazon Italia). Oltre ovviamente alle librerie che possono acquistare i nostri titoli con uno sconto considerevole ma senza diritto di reso.

Non lavoriamo però per promuovere i singoli titoli – la promozione la lasciamo agli autori – ma curiamo solo la comunicazione dell’intera casa editrice. A noi interessa che Antonio Tombolini Editore venga sempre più percepita come una casa editrice nuova capace di creare un catalogo di opere interessanti e nuove nei diversi generi. E che gli autori godano, anche in termini di vendite, di questa costante crescita di reputazione.

 

Quali sono le opere di prossima pubblicazione alle quali ha lavorato?

Ho seguito personalmente l’editing de L’Orientale di Ilaria Vitali, un bel romanzo. Un viaggio interiore e non solo, una storia d’amore vista da una distanza temporale e geografica con gli occhi di una figlia adottiva che solo arrivando in fondo alla propria ricerca scoprirà anche il senso della sua esistenza. Una grande narrazione sospesa nel tempo e incredibilmente contemporanea. Ilaria Vitali è una delle scrittrici sulle quali stiamo puntando molto. Un piccolo e prezioso talento narrativo che ci piace aver scoperto.

Le andrebbe di raccontarci qualche aneddoto legato alla sua “vita da editor”?

Ho sempre davanti agli occhi una lettera di Cesare Pavese a un aspirante scrittore. Pur non valendo come editor un centesimo di Pavese mi piacerebbe un giorno copiarla e mandarla a qualcuno dei tanti che mi tempestano con manoscritti non curati, non riletti, spediti a caso: «Caro signore, ricevendo noi molte proposte, abbiamo dovuto sviluppare un sesto senso, e così fiutare l’ingegno e le capacità di uno scrittore dal suo tono epistolare. Il suo ci pare non prometta nulla di buono. Per ciò non dia corso all’invio dei manoscritti». In realtà poi finisco per leggere, o per far leggere, tutto perché dentro di me prevale l’idea che a ogni scrittore va data una possibilità. Però un po’ più di cura da parte degli scrittori o aspiranti tali sarebbe gradita.

Un giorno mi è arrivato un manoscritto stracolmo di refusi, errori di battitura, piccole sviste. Allora scrivo all’autore chiedendo spiegazione: «Ho guardato il suo testo: è illeggibile a causa dei refusi.»

«Ero così esausto alla fine della scrittura che non ho avuto la forza di rileggerlo.»

«Mi scusi, ma se non lo rilegge lei, perché mai dovrei leggerlo io?»

In ogni caso, libri belli o brutti, non leggo più di un inedito alla settimana. C’è differenza tra libro e manoscritto. Un libro è già stato letto, selezionato da qualcuno, c’è un editore, un lettore, un editor, anche solo un correttore di bozze che ha contribuito a cucinare il libro che è diventato oggetto di lettura, è pronto, è finito. Di libri pubblicati ne leggo tanti, almeno per me che sono un lettore lento.

Il manoscritto è invece il vettore di una storia, è carne cruda, pesce da sfilettare, rape da pulire, insalata da lavare, va guardato come fareste con le trippe del macellaio. Alcune sono strepitose, già all’occhio ti dicono che gran piatto sapranno diventare. Altre te lo diranno in cottura, dal profumo.

Di roba così, ne leggo poca, il giusto, in modo da poterne capire il potere e l’essenza. Quando ci sono, ovviamente.

Appunto, non leggo più di un manoscritto alla settimana, nemmeno se me lo mandasse Steven King. Per questo sono sempre in ritardo. E mi dispiace perché da scrittore so che dall’altra parte c’è l’autore che aspetta una risposta. Ed è un’attesa macerante, piena di dubbi (piacerà?), a volte dolorosa. È un’attesa che mina l’autostima, che ci fa sentire figli di nessuno, incompresi cosmici.

Sui manoscritti selezionati, come editor, intervengo invece molto poco, sia sulla storia, sia sul testo, mi piace anche che un libro sia difettoso, non pianeggiante, non eccessivamente costruito. Mi interessa capirne le sfumature assieme all’autore e vincere, quando è possibile, una mia personale battaglia contro la verbosità: a ogni aggettivo e avverbio eliminato aggiungo una tacca su un piccolo quadernetto rosso.

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