In Incipit - elementi di narratologia

Quando eravamo bambini, le nostre storie cominciavano tutte con “C’era una volta”, così la nostra vita di lettori è cominciata sotto il segno dell’imperfetto, tempo verbale che approssima e dilata, amico dell’impreciso e del vago. La volta scorsa, c’eravamo lasciati sull’arte dell’indugio di Proust e sull’incipit della sua Recherche:

«Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, non appena spenta la candela, mi si chiudevan gli occhi così subito che neppure potevo dire a me stesso: “M’addormento”. E, una mezz’ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercar sonno mi ridestava». (M. Proust, Dalla parte di Swann)

Qui occorre fare una pausa per incensare la traduttrice: Natalia Ginzburg, che a soli vent’anni, compì quest’opera titanica e diede una connotazione temporale più poetica del poeta Giovanni Raboni che, traducendo per i Meridiani, fece diventare l’incipit così: «A lungo, mi sono coricato di buonora».

La Ginzburg decise di tradurre “Longtemps”  con “Per molto tempo”, ponendo subito l’accento sul carattere iterativo e non puntuale di quell’azione, introducendoci così nel territorio vago della memoria.

Il periodo di Proust abbonda di imperfetti (chiudevan, potevo, dovevo) e questa scelta crea l’atmosfera rarefatta e sospesa dell’uomo che ricorda un momento così sfuggente quale quello della coscienza in bilico tra sonno e veglia.

L’imperfetto è un tempo durativo e iterativo. Usiamo l’imperfetto per:

  • esprimere simultaneità rispetto ad un avvenimento del passato: «Mancava poco alle otto del mattino allorché il consigliere titolare Jakòv Petrovic Goljadkin si svegliò da un lungo sonno» (F. Dostoevskij, Il sosia).
  • raccontare ciò che è avvenuto molte volte: «Erano le otto del mattino, ora in cui per solito gli ufficiali, gl’impiegati e i forestieri di passaggio, dopo una calda, soffocante nottata, prendevano il bagno a mare, e poi si recavano al chiosco a prendere il caffè o il tè» (A. Cechov, Il duello).
  • descrivere stati fisici o psicologici: «Dombey era piuttosto calvo, piuttosto rosso, e pur essendo in tutto e per tutto un bell’uomo aveva un atteggiamento troppo rigido e pieno di sé per riuscire attraente» (C. Dickens, Dombey e figlio).

In quali modi, uno scrittore comunica la determinazione temporale del suo romanzo fin dall’incipit? In che modo lo informa se lo sta introducendo in una dimensione quasi favolistica oppure in un momento storico preciso?

Vediamo due di queste possibilità:

«Sono nata tra le nuvole di fumo e la carneficina della Seconda guerra mondiale e ho trascorso la maggior parte della mia giovinezza in attesa che qualcuno, premendo distrattamente un bottone, facesse esplodere le bombe atomiche e saltare in aria il pianeta». (Isabel Allende, Il mio paese inventato)

L’io narrante qui ci informa subito, pur senza usare una datazione, che la sua vita ha avuto inizio approssimativamente tra il 1939 e il 1945. Noi lettori già collaboriamo con l’io narrante per abitare il mondo che andremo ad esplorare: ci immaginiamo le automobili, i vestiti, i suoni di questa storia.

«Sono Inés Suarez, suddita nella leale città di Santiago della Nuova Estremadura, Regno del Cile, anno 1580 di Nostro Signore. Della data esatta della mia nascita non sono certa ma, stando a mia madre, venni alla luce dopo la carestia e la terribile pestilenza che devastarono la Spagna alla morte di Filippo il Bello». (Isabel Allende, Ines dell’anima mia)

Passiamo a un altro incipit:

«Questa storia d’amore – per una strana coincidenza, direbbe donna Arminda – iniziò nello stesso giorno limpido, con sole primaverile, in cui il fazendeiro Jesuíno Mendonça uccise a rivoltellate donna Sinhazinha Guedes Mendonça sua legittima sposa, dama della migliore società locale – bruna, piuttosto grassa, molto dedita alle attività parrocchiali – e il dottor Osmundo Pimentel, chirurgo-dentista, stabilitosi a Ilhéus da pochi mesi, giovane elegante, con atteggiamenti da poeta. Inoltre, in quel mattino, prima che la tragedia sconvolgesse la città, la vecchia Filomena aveva attuato una sua antica minaccia: era partita con il trenino delle otto per Água Preta, dove aveva fatto fortuna un suo figliolo, piantando in asso l’arabo Nacib presso cui faceva la cuoca». (Jorge Amado, Gabriella, garofano e cannella)

Il riferimento temporale qui è interno al testo («stesso giorno limpido, con sole primaverile, in cui il fazendeiro Jesuíno Mendonça uccise a rivoltellate donna Sinhazinha») di modo che per capire dove siamo, quale “arredamento” fornire alle scene di questa storia, dobbiamo attendere, aspettare che Amado continui a dare pennellate del suo affresco. Il tono è quello quasi favolistico di alcuni latino-americani, capiamo subito che non ci troviamo davanti a una ricostruzione neorealista.

Il tempo può essere memoria o testimonianza, storia o invenzione, dichiariamolo subito al nostro lettore, ci aiuterà a farlo sentire a casa nel nostro romanzo.

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