In Incipit - elementi di narratologia

Bentrovati. La scorsa settimana ci eravamo lasciati con questo incipit:

«Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riuscire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre col sentirgli dir sempre a quel modo aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo».

Giovanni Verga, Rosso Malpelo

Dove sta il narratore? Siamo davanti a una terza persona, ma come avevamo detto la volta scorsa, è un narratore interno. Dove è quindi? Nelle parole, è ovvio. In queste parole in particolare:

«…aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo».

Qui la distanza tra lo scrittore (Giovanni Verga) e il narratore è massima: lo scrittore, uomo colto, non potrebbe mai aderire alla visione secondo cui i capelli rossi significano cattiveria.

Il narratore, invece, è la voce del mondo che narra, con i suoi pregiudizi e anche – ma qui il discorso diventa più complesso – il suo linguaggio. Non solo il narratore non è la voce di Malpelo, non ne capisce neppure le azioni, si limita a descriverle e a interpretarle in modo distorto, come fanno gli altri personaggi della novella.

Quando Malpelo si dispera per la morte del padre, il narratore lo paragona a un cane arrabbiato:

«Poi quando vollero toglierlo di là fu un affar serio; non potendo più graffiare, mordeva come un cane arrabbiato, e dovettero afferrarlo pei capelli, per tirarlo via a viva forza».

Per narrare i fatti, senza esprimere il proprio punto di vista, per lasciare “parlare” le cose, Verga utilizza la regressione, annulla la distanza culturale fra sé e il mondo che narra, riduce la propria visuale a quella dei personaggi, del coro di voci che vuole farci ascoltare.

Il punto di vista è interno al mondo rappresentato; quindi, se optate per questo tipo di narratore, farete bene a dimenticare gli studi di letterati o filosofi, giuristi o filologi (che, a dire il vero, spesso abbondano e distraggono il lettore). Questo tipo di narratore ha una scarsa autonomia e un’autorità ridotta a quella di un personaggio fra gli altri.

In realtà, più che davanti a un narratore è come se ci trovassimo davanti a un soggetto multiplo, che racconta. Si rinuncia al narratore onnisciente (pensate a Manzoni) e ci si nasconde tra i personaggi, si diventa uno di loro, nell’anonimato. Non è un’operazione semplice: mettersi a parlare con la voce di un bambino o di un analfabeta, veicolare i valori che a noi appaiono disvalori. Si ottiene così l’effetto di straniamento, che porta il lettore là dove non sarebbe mai stato, a leggere gli eventi da un punto di vista a lui inusuale.

«Il racconto è un documento umano… Io te lo ripeterò così come l’ho raccolto pei viottoli dei campi, pressappoco con le medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare… senza stare a cercarlo fra le linee del libro, attraverso la lente dello scrittore… La mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile e l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé»

scrive Verga a un critico.

Ecco la tecnica dell’impersonalità. Se davvero voi rinunciate alla lente dello scrittore per raccontare la vostra storia, dovete però stare attenti a non portarvi appresso il vostro linguaggio. Produrrebbe un effetto più di comicità che di straniamento, raccontare, ad esempio, i sobborghi poveri di una grande città, usando parole quali atavico, consustanziale, eteronomo!

La scelta è dunque quella di uniformare la propria scrittura allo slang parlato (cosa che ancora oggi molti fanno, credendosi avanguardia)? La risposta di Verga sarebbe un “no” deciso. Lui non fa parlare i suoi personaggi in dialetto catanese, ma usa un linguaggio povero, costellato di proverbi, modi di dire, imprecazioni.

Scegliere un linguaggio “umile” non è affatto una scelta semplice, non significa andare per strada con un registratore e catturare il parlato. La resa di spontaneità del parlato è molto più complicata:

«Dopo la mezzanotte il vento s’era messo a fare il diavolo, come se sul tetto ci fossero tutti i gatti del paese, e a scuoterne le imposte. Il mare si udiva muggire attorno ai faraglioni che pareva ci fossero riuniti i buoi della fiera di S. Alfio, e il giorno era apparso nero peggio dell’anima di Giuda. Insomma una brutta domenica di settembre, di quel settembre traditore che vi lascia andare un colpo di mare tra capo e collo, come una schioppettata fra i fichidindia».

I Malavoglia

Il lessico del narratore è qui sovrastato dalle similitudini popolari (come i gatti del paese, i buoi della fiera, l’anima di Giuda, la schioppettata). Ma la tecnica principale che Verga utilizza per mimetizzare il narratore nei suoi personaggi è il discorso indiretto libero:

«Si sentiva allargare il cuore. Gli venivano tanti ricordi piacevoli. Ne aveva portate delle pietre sulle spalle, prima di fabbricare quel magazzino! E ne aveva passati dei giorni senza pane, prima di possedere tutta quella roba! Ragazzetto… gli sembrava di tornarci ancora, quando portava il gesso dalla fornace di suo padre, a Donferrante!».

Mastro Don Gesualdo

Fino a “piacevoli” c’è ancora una minima distanza tra il narratore e il personaggio. Dopo il punto, i due si identificano, il soggetto che riferisce il pensiero del personaggio assume i pensieri del personaggio in questione, e il lessico. I tre puntini di sospensione, il punto esclamativo o interrogativo sono artefici spesso usati nel discorso indiretto libero, per indicare la giustapposizione tra l’animo del narratore e quella del narrato.

Concludendo, scegliete bene dove mettervi a narrare la vostra storia, ne seguiranno uno sguardo e una voce.

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