In Nella stanza del giallista

Quando un giallista tira fuori Raymond Chandler per giustificare ogni suo scritto non sa forse di aprire una porticina su una stanza stretta e in penombra, di cui non scorgerà la fine. Se spingessimo Chandler in questa stanza geograficamente infinita, attirandolo dentro, magari con una bottiglia di whisky, gli estorceremmo di certo questa confessione: il silenzio è il linguaggio della narrativa gialla.

Prendiamo ad esempio il suo sesto romanzo, “Il lungo addio”.

La scelta della prima persona non è casuale. Qualcuno ci ha visto la sottrazione dell’epicità alle imprese del detective, tipica invece della terza persona, e non è un errore, ma c’è dell’altro.

Tramite la prima persona, infatti, il detective rende soggettivo il mondo esterno e destruttura, agli occhi del lettore, la referenza fra paesaggio esterno e paesaggio interno, fra ciò che è reale per gli altri e ciò che è reale per sé.

«Dormiva sul fianco, lei, con le ginocchia piegate, senza il minimo suono. Troppo silenziosa, mi è parsa. Si fa sempre un suono, sia pur lieve, quando si dorme. Forse non dormiva, forse cercava soltanto di dormire. Se mi fossi avvicinato di più lo avrei saputo. Ma sarei anche potuto cadere. Ha aperto un occhio… o forse no? Mi ha guardato… o forse non è vero? No. Si sarebbe drizzata a sedere e avrebbe detto: Ti senti male, tesoro? Sì, mi sento male, tesoro. Ma non preoccupartene affatto, cara, poiché questo male è il mio male e non il tuo, e puoi pure dormire tranquilla e serena, e non ricordare mai, e io non ti sporcherò col mio fango, e nulla si avvicinerà a te che sia repellente, e grigio, e rivoltante».

Notate come i dubbi vengano ingigantiti dalla presenza dell’io? E la soggettività del narratore ha delle conseguenze anche sul tempo.

Prendendo a prestito gli strumenti di Bergson, che vedeva il tempo come una chiave di lettura della realtà, ci troviamo davanti a una differenziazione tra tempo della scienza e tempo della coscienza. Se il primo è oggettivo e quantitativo, il secondo è soggettivo e qualitativo, così un istante può durare anche all’infinito e il passato generare presente che a sua volta può generare futuro. Una catena complessa dal punto di vista filosofico.

Al giallista basterà comprendere che la prima persona obbliga molto spesso il narratore a fermare i minuti e a rimanere in silenzio, a interrompere l’universo che a un certo punto della storia gli risulterà essere inconciliabile con il suo io.

È un bisogno del narratore che ci aiuta a conoscere dettagli della trama e del personaggio. Chandler lo sperimenta anche nelle situazioni apparentemente più insignificanti:

«Per un attimo mi parve che nel bar regnasse il più teso silenzio, che i due intelligentoni avessero smesso di fare gli intelligenti, che l’ubriaco sullo sgabello avesse interrotto la sua nenia; parve il momento in cui il direttore d’orchestra picchia la bacchetta sul leggio e alza le braccia, e resta con le braccia tese».

Mentre il paesaggio esterno continua a muoversi, il protagonista si prende un istante per riflettere, ferma tutto, diventa il direttore d’orchestra: cerca di capire cosa (gli) sta succedendo, unisce i fatti, cerca congruenza fra sé e gli altri.

Nel poliziesco più classico, questa modifica al tempo attraverso la soggettività del narratore serve a dimostrare il più delle volte l’intelligenza sopraffina del detective nell’unire le cause agli effetti. Ma è in questa suite di pensieri che Chandler edifica il suo genio, usando il silenzio come linguaggio.

Per comprendere ancora di più cosa s’intende per silenzio letterario e come Chandler lo fa suo, scomodiamo Sartre, il quale, affumicato dalla sua Dunhill accesa, dopo una succulenta orgia extraconiugale, ci dice:

«Il silenzio è un momento del linguaggio; tacere non significa essere muti, ma rifiutarsi di parlare, quindi ancora parlare».

Alla fine non è vero silenzio, perché anche il soliloquio è fatto di parole, che si concretizzano generando l’Io e, dunque, un paesaggio interno per il lettore.

Il tacere fa parte del giallo nella stessa misura in cui l’autore ci nasconde la soluzione dell’enigma e lascia il lettore con la curiosità di scoprire pian piano tutto quello che è stato omesso di proposito, innervosendolo a tal punto da voler scoprire egli stesso, ancora prima del detective, cosa sia davvero successo.

Il lungo addio è dunque una storia sull’amicizia (quella di Marlowe con Terry Lennox), sull’insofferenza esistenziale in salsa bourbon, sul sacrificio sentimentale votato al nulla, ma è soprattutto una storia sui lunghi silenzi, sull’addio inteso come morte, e il perenne e angoscioso viaggio solitario attraverso la parola degli altri è il compagno perfetto. Ed è proprio in questo sposalizio che si autogenera la prima persona, che prende spessore il protagonista.

Il lettore non sprovveduto scoprirà, solo alla fine, che anch’egli è rimasto zitto per più di trecento pagine, immergendosi senza maschera in un’unica e lunga digressione, in attesa della verità, quella soggettiva e sottaciuta fino al punto finale.

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