In Incipit - elementi di narratologia

Siamo in un giallo. È l’alba e il brigadier Pestalozzi è sulle tracce della refurtiva, si tratta di gioielli. Durante la notte, ha sognato il topazio, che ne fa parte.

«Avea veduto nel sonno, o sognato…che diavolo era stato capace di sognare?…uno strano essere: un pazzo: un topazzo. Aveva sognato un topazio: che cos’è, infine, un topazio? Un vetro sfaccettato, una specie di fanale giallo giallo, che ingrossava d’attimo in attimo fino ad essere poi subito un girasole, un disco maligno che gli sfuggiva rotolando innanzi e pressoché al di sotto della ruota della macchina, per muta magia. La marchesa lo voleva lei, il topazio, era sbronza, strillava e minacciava, pestava i piedi, la faccia stranita […] Fintantoché avvedutosi come non gli bastava a salvezza chella rotolava pazza lungo le parallele fuggenti, il topo-topazio s’era derogato di rotaia, s’era buttato alla campagna nella notte verso le gore senza foce del Campo Morto e la macchia[…]». (Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana)

Siamo in un giallo? Be’, è questione dibattuta dalla critica se il capolavoro di Gadda possa o meno rientrare nel genere giallo; la vostra domanda meravigliata forse è figlia della regola che nel giallo non è concesso divagare. Abbiamo un’indagine da portare avanti, Agatha Christie non si è mai permessa di starci a rallentare con i sogni di Poirot!

Eppure…questo mi porta a una domanda: ma perché ogni tanto gli autori divagano? Anche senza indagini in corso, spesso si prendono la briga di seguire una strada secondaria alla narrazione, a lasciare il lettore sospeso, a volte infastidito, per questa divagazione.

Prima di provare a rispondere a questa domanda – che poi spesso si risolve più semplicemente con il salto delle pagine da parte del lettore frettoloso – vorrei seguire la contaminazione sonora del topo-topazio, che si propaga in una deriva di suoni, nella pagina gaddiana: giallazio, stradazia, sbronza, veneziano, cazziata. Gadda allittera. Ma non siamo in prosa? Eh sì, ma non lasciamo le figure retoriche ai poeti, cari romanzieri, impariamo a padroneggiarle. Perché divagare è anche concedersi la bellezza della sonorità delle parole.

«Rosalia. Rosa e lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha ròso, il mio cervello s’è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia. Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d’opalina, e l’aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello del giardino, scorre fra colonnette e palme del chiostro in clausura, coglie, coinvolge, spande odorosi fiati, olezzi distillati, balsami grommosi. Rosa che punto m’ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel cuore. Lia che m’ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento, catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio dell’inferno che credea divino, lima che sordamente mi corrose l’ossa, limaccia che m’invischiò nelle sue spire, lingua che m’attassò come angue che guizza dal pietrame, lioparda imperiosa, lippo dell’alma mia, liquame nero, pece dov’affogai, ahi!, per mia dannazione. Corona di delizia e di tormento, serpe che addenta la sua coda, serto senza inizio e senza fine, rosario d’estasi, replica viziosa, bujo precipizio, pozzo di sonnolenza, cieco vagolare, vacua notte senza lume, Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei?». (Vincenzo Consolo, Retablo)

Anche la prosa di Consolo ci inebria di suoni, che spezzano la pagina, dilatano la storia.

Riguardo la nostra domanda, non vi è un unico motivo per cui l’autore divaga. Può essere una tecnica per aumentare la suspense, oppure l’indugio può essere fatto per are assaporare al lettore un’atmosfera, per imporgli il ritmo che lo scrittore ha scelto, ma anche per una convinzione “filosofica” che il romanzo porta avanti.

Questo è il caso di Gadda. Nel IX capitolo di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, si torna a parlare dei gioielli rubati e Gadda sospende ancora una volta la storia principale per parlarci della storia geologica di ogni pietra, della sua composizione chimica. Ben cinque pagine sui gioielli, che nulla hanno da invidiare al maestro francese dell’indugio (quel Marcel su cui fra poco arriveremo). La divagazione in Gadda è la consapevolezza che ogni cosa ha infinite relazioni con altre, che il sapere è enciclopedico e labirintico e che è impossibile dare una forma compiuta alla nostra conoscenza e, quindi, al romanzo. Non a caso Quer pasticciaccio è un giallo incompiuto, nel quale non viene rivelato il nome dell’assassino. L’autore divaga perché non è possibile rendere una descrizione oggettiva del mondo, il soggetto che vorrebbe descrivere la realtà finisce per perdersi in associazioni, ricordi, segue i rivoli dei propri pensieri.

Se vi sembra che alcune cose, tuttavia, sono semplici da descrivere, guardate un poco cosa è riuscito a fare Monsieur Proust quando si è trattato di descrivere un semplice asparago che stava mangiando:

«[…] ma a mandarmi in estasi erano gli asparagi, intinti nel rosa e nell’oltremare e la cui punta, finemente spruzzata di malva e azzurro, sfuma insensibilmente fino al gambo – pur segnato, ancora, dal terriccio della pianticella – con iridescenze che non appartengono alla terra. Mi sembrava che quelle sfumature celesti rivelassero le deliziose creature che si erano divertite a metamorfosarsi in legumi e che attraverso il travestimento della loro carne salda e commestibile lasciavano scorgere in quei colori teneri d’aurora, in quegli accenni d’arcobaleno, in quello spegnersi di sere azzurre, l’essenza preziosa che io potevo ancora riconoscere quando, dopo che ne avevo mangiato a pranzo, giocavano per tutta la notte lo scherzo, poetico e grossolano come una fantasmagoria di Shakespeare, di trasformare il mio vaso da notte in una profumiera».

Eccessivo? Consolatevi quando gli editori rifiutano il vostro manoscritto. Proust lo si vide rifiutato con queste motivazioni:

«Sarò forse duro di comprendonio, ma non riesco a capacitarmi del fatto che un signore possa impiegare trenta pagine per descrivere come si giri e rigiri nel letto prima di prendere sonno».

Era Monsieur Humblot, editor poco propenso all’arte della lentezza esercitata da Marcel Proust che, a scrittore sincero, mette le carte in tavola fin dall’incipit, scoraggiando i lettori frettolosi. Si entra in una cattedrale di 3.734 pagine, si comincia un viaggio che porta nei luoghi più remoti della coscienza.

L’argomento del libro è il tempo e questo tempo è ciò che Proust chiede al suo lettore.

«Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, non appena spenta la candela, mi si chiudevan gli occhi cosí subito che neppure potevo dire a me stesso: “M’addormento”. E, una mezz’ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercar sonno mi ridestava; volevo posare il libro, sembrandomi averlo ancora fra le mani, e soffiare sul lume; dormendo avevo seguitato le mie riflessioni su quel che avevo appena letto, ma queste riflessioni avevan preso una forma un po’ speciale; mi sembrava d’essere io stesso l’argomento del libro: una chiesa, un quartetto, la rivalità tra Francesco I e Carlo V».

Con buona pace di Humblot, Marcel si girerà e si rigirerà per molto tempo in quel letto e i lettori con lui.

Tenetelo a mente questo incipit, ci torneremo la prossima settimana, divagando.

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