In Nella stanza del giallista

Ultimo appuntamento, ultimo romanzo giallo da gustare insieme.

Nelle scorse puntate abbiamo parlato di ciò che è giallo e ciò che è noir, l’abbiamo fatto in prima o in terza persona, attraverso gli incipit, le fitte e buie trame, come un personaggio letterario misura sé stesso filtrando i pensieri con le storture del mondo che lo circonda.

Ma abbiamo lasciato per ultimo il diamante per eccellenza, il gioiello attorno al quale ruota l’intera trama gialla: il delitto.

Prendete un bel respiro e leggiamo:

«Il martedì di giugno in cui fu assassinato, l’architetto Garrone guardò l’ora molte volte. Aveva

cominciato aprendo gli occhi nell’oscurità fonda della sua camera, dove la finestra ben tappata non lasciava filtrare il minimo raggio. Mentre la sua mano, maldestra per impazienza, risaliva lungo le anse del cordoncino cercando l’interruttore, l’architetto era stato preso dalla paura irragionevole che fosse tardissimo, che l’ora della telefonata fosse già passata. Ma non erano ancora le nove, aveva visto con stupore; per lui, che di solito dormiva fino alle dieci e oltre, era un chiaro sintomo di nervosismo, di apprensione. Calma, s’era raccomandato».

Quello che abbiamo appena letto è l’incipit del romanzo La donna della domenica, scritto a quattro mani da due padri della letteratura contemporanea, Carlo Fruttero e Franco Lucentini.

Questo primo brano rappresenta tutto ciò che un autore di gialli alle prime armi deve sapere: il delitto viene prima di tutto.

I due autori, quindi, non perdono tempo e ci dicono che in estate (giugno), in un giorno lavorativo, o meglio, in un giorno qualunque (martedì), l’architetto Garrone è stato assassinato.

Punto. Non serve altro. Il lettore saprà fin dalla prima riga che quello che ha in mano non è un saggio, non è un romanzo camusiano e non è mera narrativa. C’è un morto, subito. Penserà che di lì a poco qualcuno lo accompagnerà verso la verità, o quasi.

Le righe successive Fruttero e Lucentini fanno un breve ricamo, sulla secca notizia di cronaca, attraverso uno stile linguistico molto alto e un disegno preparatorio, sulla vittima.

«[…] l’architetto era stato preso dalla paura irragionevole che fosse tardissimo, che l’ora della telefonata fosse già passata. Ma non erano ancora le nove, aveva visto con stupore; per lui, che di solito dormiva fino alle dieci e oltre, era un chiaro sintomo di nervosismo, di apprensione. Calma, s’era raccomandato».

Ma per un autore di mistery il delitto può essere a volte solo un pretesto. Per cosa? Per raccontare ciò che vede fuori da sé e ciò che sente dentro di sé. Ed ecco che, in questo caso, il mondo da osservare e criticare, il mondo ucciso, il crimine che vede tutti gli uomini colpevoli, è Torino (per Malet era Parigi, per Sciascia la Sicilia e così via…).

«C’era davvero troppo egoismo, a questo mondo, troppa ingiustizia; e il mondo, di conseguenza, stava andando bellamente a rotoli, bastava guardarsi intorno per vederne i chiari sintomi anche a Torino».

Ricapitoliamo dunque: un uomo muore e questo evento tragico e disperato non fa altro che squarciare il cielo, girare il fondale dall’altra parte, mostraci l’immagine nascosta, proibita, quella che affaccia solo sulle quinte e ci svela che tutto quello che per noi (o per il protagonista del romanzo) è verità, invece, non è altro che menzogna, esattamente come il buco, lo strappo in quel famoso cielo di carta pirandelliano.

Ma non è finita qui. Ogni storia ha bisogno della sua fine. Ecco perché chiudiamo in bellezza con le ultime righe di questo straordinario romanzo.

Gonfiate un altro po’ i polmoni e leggiamo:

«La via era stretta, buia, e la luce che passava tra le stecche delle persiane aveva, dall’alba al tramonto, variazioni gradualissime, impercettibili. Solo i rumori cambiavano, regolavano il corso del tempo: ma oggi era domenica, una domenica di giugno nel vecchio centro della città, tagliato fuori dall’arco dei grandi rientri festivi, chiuso in un guscio forse sicuro, prezioso, inalterabile, o forse invece di una fragilità senza avvenire.

Il commissario accese la luce, guardò l’orologio.

– Sono le sette e venti.

– Oh, mipovradona! – disse ridendo Anna Carla. – Ma è tardissimo!

Scese dal letto leggera, e cominciò in fretta a rivestirsi».

Potremmo paragonare quest’explicit al notturno Op. 15 No.2 in Fa diesis maggiore di Chopin per il ritmo, l’animo e l’eleganza che ci regalano Fruttero e Lucentini, entrando in un interno che alla fine mescolato con la notte.

E proprio con l’immagine della notte ci lasciamo, con la promessa di leggere altri romanzi insieme, in futuro.

 

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