In Incipit - elementi di narratologia

«Vedo un anello» disse Bernard «sospeso sulla mia testa. Pendente, tremulo e vibrante, in un cerchio di luce.».

«Io vedo una lastra di un giallo pallido» disse Susan «che fugge via fino a perdersi in una striscia violetta.»

«Io odo un suono» disse Rhoda «cip cip, cip, cip; su e giú tra i rami.»

«Io vedo un globo» disse Neville «pendulo come una goccia contro i fianchi immensi di una qualche collina.»

«Vedo una nappa color cremisi» disse Jinny «con fili d’oro intrecciati».

Virginia Woolf, Le onde

Questo è l’incipit – che ho sempre trovato molto brutto – di Le onde di Virginia Woolf. L’incipit ci mette subito davanti cinque visioni di quelle che saranno le cinque voci narranti del romanzo. Percival, il sesto personaggio, è l’unico a non prendere mai la parola ed è oggetto, di volta in volta, dei racconti degli altri.

In Diario di una scrittrice, in data 20 agosto 1930, la Woolf parla così della sua scelta di usare voci multiple:

«Credo che Le onde si riduca a una serie di soliloqui drammatici. L’importante è fare in modo che fluiscano e si compenetrino omogeneamente, al ritmo delle onde».

Abbiamo finora parlato di narratore al singolare, ma ci sono anche interessanti casi in cui ci sono vari narratori o vari punti di vista (non cambia cioè la voce, ma la focalizzazione).

In Le onde, si tratta di monologhi, in cui affiorano come in uno specchio sensazioni e ricordi. La Woolf porta alle conseguenze estreme la tecnica del flusso di coscienza, consentendoci di assistere alle percezioni di sei personaggi. Nel suo Diario di una scrittrice (che consiglio vivamente) scrive:

«Chi lo dice questo “disse” o chi lo pensa? Perché Bernard e gli altri avrebbero bisogno di “dire” queste lunghe, intime, personalissime confessioni? a chi, visto che si tratta di monologhi interiori, compiuti che non prevedono risposta? Forse potremmo chiederci chi lo ascolta. E io sono fuori da chi pensa?».

E ancora:

«I personaggi non devono essere altro che punti di vista: bisogna evitare la personalità a qualunque costo. […] Appena si specifica l’età, i capelli ecc. s’insinua nel libro qualcosa di frivolo o di trascurabile».

La scelta di narrare a tre punti di vista differenti la stessa storia, consentendo al lettore di coglierne la complessità, è alla base anche di Lacci di Domenico Starnone. Il romanzo è diviso in tre libri, ognuno dei quali narra la storia di una famiglia dal punto di vista della moglie, del marito e della figlia. L’incipit è questo:

(madre)

«Se te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie». Lo so che questo una volta ti piaceva e adesso, all’improvviso, ti dà fastidio. Lo so che fai finta che non esisto e che non sono mai esistita perché non vuoi fare brutta figura con la gente molto colta che frequenti».

Ripreso dalla seconda voce narrante, nella seconda parte:

(padre)

«Se te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie. Queste parole sono state le prime a capitarmi sotto gli occhi, quella notte, e subito mi hanno riportato a quando me ne andai di casa perché mi ero innamorato di un’altra. In cima alla lettera c’era scritta la data: 30 aprile 1974. Passato, molto remoto».

Insieme alla voce narrante, quindi, cambiamo anche il tempo in cui si svolge la storia.

(figlia)

«Nostra madre ci lasciò a pochi metri dal bar. Io quanti anni avevo? Nove? Sandro ne aveva compiuti tredici da qualche mese, me lo ricordo perché la mamma e il gli avevamo preparato la torta e lui, di fronte alle candeline accese, aveva detto che se riusciva a spegnerle tutte con un soffio, voleva realizzare un desiderio. Quale, gli aveva chiesto nostra madre. Incontrare papà, aveva risposto. Così, per colpa sua, eccoci davanti a quel bar».

Altra voce e ancora altro tempo (peraltro qui Starnone mediante analessi, riesce a intrecciare ben due tempi).

Sono quattro, invece, le voci narranti di Una casa alla fine del mondo di Michael Cunningham. Ogni capitolo porta il nome del suo narratore: Bobby, Clare, Jonathan, Alice. Anche qui, la scelta di più voci narranti accompagna una storia di sentimenti (un triangolo amoroso che si articola nell’adolescenza e nella maturità e il rapporto tra un figlio e i genitori) e consente di cogliere le sfumature, i chiaroscuri di tre anime, molto più di quanto avrebbe consentito un unico narratore, anche se fosse stato uno onnisciente. Ecco come Bobby racconta il suo rapporto con Jonathan:

«C’è qualcosa di indicibile tra noi: Jonathan e io facciamo parte di una squadra talmente antica che nessun altro potrebbe entrarvi anche se noi lo volessimo. Adoriamo Clare, ma lei non è del tutto nella squadra. Non esattamente. Ciò che ci lega è più forte del sesso. È più forte dell’amore. Siamo imparentati. Ciascuno di noi è l’altro nato in una carne differente. Possiamo amare Clare, ma lei non è noi».

Narrare una storia da vari punti di vista non significa necessariamente utilizzare vari io narrante. Si può anche mantenere sempre la terza persona, ma cambiare la focalizzazione. È il caso di uno dei capolavori della letteratura italiana del Novecento: La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda. Sebbene Gadda utilizzi sempre la terza persona, la prima parte ruota attorno la figura di Gonzalo, di cui si narrano le stranezze e la misantropia, attraverso punti di vista plurimi (quello del dottore, quello di Battistina – una contadina – e attraverso le parole di Gonzalo stesso). Il conflitto edipico con la madre, in questa prima parte, viene narrato attraverso lo studio del figlio. La seconda parte, invece, comincia così:

«Vagava, sola, nella casa. Ed erano quei muri, quel rame, tutto ciò che le era rimasto? Di una vita. Le avevano precisato il nome, crudele e nero, del monte: dove era caduto: e l’altro, desolatamente sereno, della terra dove lo avevano portato e dimesso, col volto ridonato alla pace e alla dimenticanza, privo di ogni risposta, per sempre».

Inizia con un imperfetto “vagava”, omettendo il soggetto. Pian piano scopriamo che non ci troviamo più sulle tracce di Gonzalo, ma stiamo seguendo la madre; Gadda ci sta facendo conoscere da vicino l’angoscia per la solitudine e per la vecchiaia della madre di Gonzalo, il modo in cui lei vive l’inquietante presenza del figlio.

Nel secondo capitolo della seconda parte, finalmente i due personaggi si incontreranno e il lettore si troverà a vedere agire insieme i due punti di vista che finora aveva seguito separatamente, di cui conosce l’interiorità, di cui non sa deciderne le colpe. Questo è tragedia. Riconoscere le ragioni e le colpe di entrambi.

Del resto che senso avrebbe scegliere vari punti di vista se poi narriamo sempre e solo il nostro?

Leave a Comment

Contattaci

We're not around right now. But you can send us an email and we'll get back to you, asap.

0

Start typing and press Enter to search