In Incipit - elementi di narratologia

Prendiamo un libro, sediamoci sul divano, apriamolo. Leggiamo:

«Il Kilimangiaro è un monte coperto di neve alto 5890 metri e si dice che sia la più alta montagna africana. La vetta occidentale è detta “Masai Ngài”, Casa di Dio. Presso la vetta c’è la carcassa stecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare che cosa cercasse il leopardo a quell’altitudine»

(Ernest Hemingway, Le nevi del Kilimangiaro)

Adesso, allunghiamo la mano e prendiamo nella mensola dietro il divano un altro romanzo. Leggiamo:

«Il tribunale è meno antico della città, che sorge sul volgere del secolo come centro di scambio di un agente chickasaw e tale per quasi trent’anni prima di scoprire, non di non aver un deposito per i suoi documenti e certamente non di avere bisogno, ma che soltanto costituendolo o comunque decidendo di costituirlo si poteva far fronte a una situazione che altrimenti avrebbe fatto rimettere quattrini a qualcuno»

(William Faulkner, Requiem per una monaca).

Due scrittori fra loro contemporanei, entrambi statunitensi, eppure la prosa suona assai diversa. Il tanto acclamato understatement di Hemingway venne liquidato da Faulkner senza tanti complimenti all’epoca:

«Non ha mai usato una parola che inducesse il lettore a controllare sul vocabolario per vedere se è usata correttamente».

Hemingway rispose:

«Povero Faulkner. Davvero crede che i paroloni suscitino forti emozioni?».

Le ragioni di queste schermaglie sono legate alle differenti scelte di lessico, ma noi ci occuperemo di un problema correlato che li vede su differenti “fronti” di scrittura: quello del periodo.

Dato che Stephen King, nel suo imperdibile On writing, ci dice che nella cassetta degli attrezzi dello scrittore il primo ripiano deve essere quello dedicato alla grammatica, non me ne vogliate se ricordo cosa è il periodo: una unità complessa del discorso, composta da più frasi semplici legate fra loro mediante varie congiunzioni che coordinano o subordinano.

Ed è su questi piani di coordinazione o subordinazione, che torniamo ai nostri due incipit.

 

1.      «Il Kilimangiaro è un monte coperto di neve alto 5890 metri e si dice che sia la più alta montagna africana. La vetta occidentale è detta “Masai Ngài”, Casa di Dio. Presso la vetta c’è la carcassa stecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare che cosa cercasse il leopardo a quell’altitudine».

Cinque frasi compongono questo periodo. Le prime due sono coordinate dalla congiunzione e. Le altre sono divise da un punto (in tutto quattro punti) e si giustappongono in maniera indipendente. Hemingway predilige la paratassi, una struttura sintattica in cui le proposizioni mantengono la loro indipendenza, le frasi sono brevi e ricalcano spesso l’oralità, per la velocità e l’immediatezza comunicativa.

 

2.      «Il tribunale è meno antico della città, che sorge sul volgere del secolo come centro di scambio di un agente chickasaw e tale per quasi trent’anni prima di scoprire, non di non aver un deposito per i suoi documenti e certamente non di avere bisogno, ma che soltanto costituendolo o comunque decidendo di costituirlo si poteva far fronte a una situazione che altrimenti avrebbe fatto rimettere quattrini a qualcuno».

Anche qui le frasi sono cinque, ma il punto è uno solo. Abbondano le virgole, che introducono le subordinate. Faulkner predilige l’ipotassi, una struttura sintattica che lega le frasi in modo interdipendente. Provate a staccare una frase da questo incipit, non è possibile. Con quello di Hemingway sì. L’ipotassi crea un periodo più elaborato, decisamente lontano dal livello colloquiale.

La paratassi crea dinamismo, incalza, può in alcuni casi essere martellante. Leggiamo l’incipit de Le correzioni di Jonathan Franzen:

«Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine».

I punti continui, come respiri interrotti ci comunicano ansia, se qualcosa di terribile sta per accadere, è meglio esprimerlo in paratassi. La prosa americana contemporanea ha davvero virato definitivamente verso questo tipo di periodo? Non necessariamente.

Il dolce indugio della ipotassi ce lo propone Eugenides nell’incipit de Le vergini suicide:

«La mattina che si uccise anche l’ultima figlia dei Lisbon (stavolta toccava a Mary: sonniferi, come Therese) i due infermieri del pronto soccorso entrarono in casa sapendo con esattezza dove si trovavano il cassetto dei coltelli, il forno a gas e la trave del seminterrato a cui si poteva annodare una corda. Scesero dall’ambulanza, con quella che come al solito ci sembrò una lentezza esasperante, e il più grasso disse sottovoce: “Mica siamo in tivù, gente: più presto di così non si può”. Stava spingendo a fatica le apparecchiature per la rianimazione accanto ai cespugli cresciuti a dismisura, sul prato incolto che tredici mesi prima, all’inizio di quella brutta storia, era perfettamente curato».

Qui vi siete adagiati, forse anche un po’ persi, non è vero? Forse è necessario rileggere e valutare.

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  • Alberto
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    Ho un quesito da porle su questo argomento. Sarei curioso di leggere la sua personale classifica dei 10 scrittori italiani di ogni epoca più “corretti” dal punto di vista grammaticale e sintattico – diciamo a prova di “Accademia della Crusca” – insieme a quella dei 10 più “sgrammaticati”. Ovviamente scartando le poesie. Prendiamo in considerazione solo saggi e romanzi. Quali sono a suo parere i 10 scrittori italiani che se la sentirebbe di consigliare a studenti e lettori quali “modelli” di scrittura, e quali invece – a prescindere dal loro maggiore o minore successo letterario – consiglierebbe caldamente di evitare? Se crede potrebbe anche proporre – visto che ha citato Hemingway e Faulkner – la sua classifica dei 10 stranieri più corretti, e dei 10 più sgrammaticati. Per quanto mi riguarda, tra gli “sgrammaticati” includerei senz’altro Alberto Moravia e Italo Svevo, mentre tra i più corretti – oltre al noto Manzoni, che spese anni a limare e ripulire i Promessi sposi – metterei anche Oriana Fallaci, un’altra maniaca ossessiva della frase perfetta (fino al punto di fare impazzire i suoi collaboratori, con le sue continue correzioni, a qualsiasi ora del giorno e della notte). Ovviamente, parliamo di scrittori veri, di un certo livello. Inutile discutere di personaggi come Fabio Volo – ad esempio – che imperversano nelle librerie pur essendo usciti non si sa come dalle scuole medie inferiori, e pur non sapendo la differenza tra un soggetto e un complemento. Il fatto che oggi qualsiasi personaggio reso famoso dalla radio, o dalla televisione, o dal cinema, poi si improvvisi “scrittore” e riesca a farsi pubblicare da qualche editore, non ne fa ovviamente uno scrittore.
    Grazie.
    Cordiali saluti.

  • Alberto
    Rispondi

    In attesa di leggere la sua classifica, e per farci 4 risate, allego qui sotto le esilaranti “40 regole per scrivere bene in italiano”, che Umberto Eco pubblicò nel 2000 nella sua rubrica “La bustina di Minerva”.
    Particolarmente esilaranti la regola n° 14: “solo gli stronzi usano parole volgari” e la regola 35: “Non usare mai il plurale majestatis. SIAMO convinti che faccia una pessima impressione” ” :-)))))

    1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
    2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
    3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
    4. Esprimiti siccome ti nutri.
    5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
    6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
    7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
    8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
    9. Non generalizzare mai.
    10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
    11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
    12. I paragoni sono come le frasi fatte.
    13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
    14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
    15. Sii sempre più o meno specifico.
    16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
    17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
    18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
    19. Metti, le virgole, al posto giusto.
    20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
    21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
    22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
    23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
    24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
    25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
    26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
    27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
    28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
    29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
    30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
    31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
    32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
    33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
    34. Non andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve.
    35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
    36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
    37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
    38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
    39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
    40. Una frase compiuta deve avere.

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