In Incipit - elementi di narratologia

«Come si erano incontrati? Per caso, come tutti. Come si chiamavano? E che ve ne importa? Da dove venivano? Dal luogo più vicino. Dove andavano? Si sa dove si va? Che dicevano? Il padrone non diceva niente; e Jacques diceva che il suo capitano diceva che tutto ciò che quaggiù ci accade di bene e di male, sta scritto lassù». (Denis Diderot, Jacques il fatalista e il suo padrone)

L’effetto straniante di questo incipit è rimasto intatto dopo 220 anni. Perché se l’incipit è l’ingresso verso la casa che l’autore ha preparato per il suo lettore, questo incipit non ci fa propriamente capire dove dobbiamo accomodarci. Il senso di questa rubrica, potrebbe essere il suo sottotitolo, è raccogliere già dalle prime righe di un romanzo il maggior numero di informazioni sullo stile, sul contenuto, sul genere e sul modo in cui l’autore intende dialogare con il lettore. Ogni romanzo infatti, non dimentichiamolo, è un dialogo più o meno esplicito con il lettore. Anzi, ogni romanzo sceglie il suo lettore. La domanda che mi faccio quando inizio a leggere un romanzo è: che tipo di lettore sta cercando questo scrittore? Posso andarci d’accordo? Mi interessa dialogare con lui?

Il fatto che solitamente questo dialogo sia sottinteso crea un effetto di straniamento quando lo scrittore gioca a carte scoperte. Due esempi ormai noti:

  •  «Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace». (Italo Cavino, Se una notte d’inverno un viaggiatore)
  • «Sei già stato qui. Sì che ci sei stato. Sicuro. Io non dimentico mai una faccia. Vieni, vieni, qua la mano! Ti dirò, guarda, ti ho riconosciuto da come camminavi prima ancora di vederti in faccia. Non avresti potuto scegliere un giorno migliore per tornare a Castle Rock». (Stephen King, Cose preziose)

Come con l’incipit di Diderot, anche in quello di Calvino e in quello di King, ci sentiamo smascherati, cioè entriamo a far parte di quello spazio narrativo che, normalmente, è lasciato alla fabula. Prima dello spazio della fabula, lo scrittore mette in scena una cornice, in cui ci troviamo noi lettori. Noi quindi facciamo parte del libro, siamo uno dei suoi personaggi.

Anche la voce dell’autore (ricordate le riflessioni sulla focalizzazione?) ne esce mutata. Il problema, ma anche l’infinita ricchezza di Diderot, è che accanto ad una voce onnisciente ne sta un’altra che parla con il lettore (presumibilmente è la voce di Denis Diderot).

Poi ve ne è una terza che è Jacques che racconta il viaggio suo e del suo padrone.

Avendo tre voci narranti, lo stile del romanzo è assolutamente eclettico ed alterna la voce fuori campo che dialoga con il lettore (quella vista nell’incipit) a parti dialogate:

«IL PADRONE: È una grande verità.

JACQUES: Il mio capitano aggiungeva che ogni pallottola che parte da un fucile ha il suo indirizzo».

E a sommari. Sulla durata dei sommari e delle digressioni, l’autore si permette perfino di burlare il lettore:

«Come vedi, lettore, sono sulla buona strada, e dipenderebbe solo da me farti aspettare un anno, due anni, tre anni, il racconto degli amori di Jacques, separandolo dal suo padrone e facendo accadere all’uno e all’altro tutte le avventure che voglio. Chi potrebbe impedirmi di dar moglie al padrone, e di farlo cornuto? o di imbarcare Jacques per le isole? e condurvi il suo padrone? e ricondurre entrambi in Francia sulla stessa nave? Com’è facile fabbricare dei racconti! Invece se la caveranno, l’uno e l’altro, con una brutta nottata, e tu con questa digressione».

Diderot inaugura quello che oggi definiamo il meta-romanzo, puntando non sulla coerenza formale e di contenuto ma sulla complessità, data dall’accostamento discontinuo di stili e temi. Già il titolo, del resto, mette insieme una qualifica “fatalista” che rimanda ad una concezione filosofica; e un’altra, “padrone”, che richiama un discorso sociale.

E poi c’è il viaggio, la discussione filosofica, un binomio (padrone/scudiero) che rimanda al topos immortalato da Cervantes.

Come riesce a tenere insieme tutte queste componenti? Ecco la novità della voce di Diderot: con l’ironia, con il piglio distaccato e divertito, con quelle che Calvino chiama «le acrobazie della scrittura» (cfr. la bella lettura che Calvino ne dà in Perché leggere i classici).

Insomma, Diderot inaugura un romanzo che è sempre in bilico tra la forma-romanzo e la sua violazione per diventare saggio, opera teatrale (del resto, nel Novecento Kundera ha trasposto in teatro l’opera di Diderot, in Jacques e il suo padrone).

Cosa insegna quindi Diderot agli aspiranti scrittori? Che le forme esistono anche per essere messe in crisi, sovvertite e ridicolizzate. Ma non solo: che questa violazione della forma richiede coraggio: Jacques il fatalista venne messo all’indice nel 1804 e non venne amato neppure dai francesi, che gli preferirono il Candido di Voltaire.

Furono i tedeschi – grazie all’entusiasmo di Goethe, che tradusse alcune opere di Diderot – a farlo entrare nel pantheon della letteratura. Quindi, se si vuole osare e sperimentare, si abbia anche la pazienza di non essere osannati immediatamente. Parola di Jacques.

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