In Incipit - elementi di narratologia

«Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: “Dovresti far mettere un bottone in più al soprabito”. Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché».

Siamo agli Esercizi di stile di Raymond Queneau, che iniziano con l’esposizione della fabula.

La fabula, in breve e senza scomodare i formalisti russi, è la successione logico-cronologica dei fatti fondamentali ed essenziali per lo sviluppo della vicenda.

Un esercizio fondamentale, quando ripensate a quello che avete scritto, è riuscire ad avere ben chiaro quale sia questa fabula, cioè il nucleo narrativo, o i nuclei narrativi (possono essere anche più di uno), che costituiscono l’ossatura del vostro romanzo o racconto.

Una volta che avete messo sul tavolo questo materiale grezzo, potete decidere di lasciare quella successione logico-cronologica oppure di giocare come con le costruzioni e smontare e rimontare quella storia nei modi più fantasiosi.

Guardate come viene così:

«Devo aggiungere un bottone al soprabito, gli disse l’amico. L’incontrai in mezzo alla Cour de Rome, dopo averlo lasciato mentre si precipitava avidamente su di un posto a sedere. Aveva appena finito di protestare per la spinta di un altro viaggiatore che, secondo lui, lo urtava ogni qualvolta scendeva qualcuno. Questo scarnificato giovanotto indossava un cappello ridicolo. Avveniva sulla piattaforma della linea S in un’ora di traffico».

È l’esercizio che Queneau chiama Retrogrado, quello in cui, cioè, la storia mantiene la stessa sequenza delle scene, ma in ordine inverso.

In questo caso abbiamo un intreccio (cioè il modo in cui l’autore decide di organizzare la storia, l’ordine della narrazione) che utilizza la tecnica del flashback, mantenendo tuttavia una linearità (anche se inversa).

Ma proviamo a cambiare scenario:

«Devo raccontarvi – cominciò a dire – i fatti dal principio. Il Lepanto dovette rimanere a Palermo due gironi oltre la data indicata dal gaditano per la partenza. Aspettava non so quali carte da Palma de Mallorca, senza le quali non poteva salpare […] Non ricordo ciò che gli risposi, ma la sua presenza trasmetteva una così spontanea e affabile necessità di compagnia che, in breve, già conversavamo come se ci fossimo conosciuti da tempo».

Con questa citazione siamo in un romanzo di Àlvaro Mutis, Ilona arriva con la pioggia; un personaggio (Larissa) inizia a raccontare ad altri due personaggi la storia che l’ha portata lì da loro. I verbi raccontare, ma anche pensare, ricordare, spesso introducono esplicitamente il flashback (o analessi), a meno che l’autore non utilizzi il flusso di coscienza.

Spesso invece vi sono indicazioni temporali: “molti anni fa”, “allora”, “quando ero bambina”, fino al sublime “per molto tempo” (Longtemps) utilizzato anche da Proust.

Il verbo, che nella presentazione del flashback è al presente, «Devo raccontarvi», si trasforma in passato (passato remoto per il racconto puntuale degli eventi, imperfetto per i sommari).

Nello stesso romanzo, Mutis utilizza un’altra tecnica dell’intreccio: il flashforward (o prolessi, se preferiamo usare – come io preferisco – l’italiano).

«Pochi giorni dopo questo dialogo sulla terrazza, entrò a Villa Rosa l’infausto messaggero che inviano gli déi per ricordarci che non sta nelle nostre mani il modificare neppure la più lieve particella del nostro destino. Giunse in forma di donna, con il nome slavo, evidentemente fittizio, di Larissa. I dadi stavano rotolando già da molto tempo prima delle nostre risoluzioni sulla terrazza. Lo scoprimmo presto».

E fine del paragrafo, giusto per lasciare al lettore il bisogno di scoprire.

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