In Nomi d'autore

L’inventore di sogni

Autore: Ian McEwan

Prima edizione: 1994

Lingua originale: Inglese

Edizione italiana: Einaudi, 1994

 

Peter Fortune. Aveva un nome facile da dire e da scrivere.

Nella sua pronuncia scanzonata entrano, perfetti, i dieci anni di bambino. Come se, ripetendolo a cantilena, Peter, Peter, Peter, potesse restare innocente per l’eternità.

 

Peter(nally)

 

La sua fortuna è descritta nel cognome, quasi a sancire una qualifica, uno status, una benedizione. In essa vive il privilegio di sognare a occhi aperti, proprio di Peter, al punto da soprannominarsi, tra i grandi, come un marmocchio difficile.

Quel testone d’un Fortune – così lo riconoscevano i maestri di scuola – era un ragazzetto tanto intelligente da passarsi per stupido.

 

Naturalmente, i suoi genitori e la sorella Kate sapevano bene che lui non era stupido, né pigro, né indolente e molti finirono col rendersi conto del fatto che nella sua testa succedevano migliaia di cose interessantissime. Dal canto suo, anche Peter, crescendo imparò che, siccome la gente non riesce a vedere che cosa ti sta passando nel cervello, la cosa migliore per farsi capire, è dirglielo. E così incominciò a scrivere alcune delle avventure che gli capitavano mentre guardava dalla finestra o se ne stava sdraiato a fissare il cielo[1].

 

Peter è la memoria corta di una peste che si scorda la sorella sul tram. È il pettegolio vociferato dalle sessanta bambole di Kate, come se, uscendo dalla stanza, si mettessero a parlare di lui. Peter diventa William, quando si inventa di essere scivolato nel corpo del gatto di casa e scopre di saper fare le fusa. Peter è l’imbambolato davanti a un tubetto di «Pomata Svanilina», trovata per caso in un cassetto di cose orfane e usata per cancellare la sua famiglia. Peter è la firma lasciata su un post-it, in segno di scusa a un compagno di classe preso in giro davanti a tutti. Peter rimpicciolisce in Kenneth, il figlio appena nato di zia Laura e torna a biascicare da poppante.

E poi Peter s’accresce d’età, alla fine, quando si innamora di Gwendoline, studentessa di medicina, gli occhi fissi sulla tristezza, come tutti i piccoli che non lo sono più.

 

Peter all’improvviso afferrò qualcosa di molto ovvio e terribile: un giorno o l’altro, avrebbe lasciato il gruppo che scorrazzava sfrenato lungo la spiaggia, per unirsi a quello di chi restava seduto a parlare. Era difficile crederci, ma sapeva che sarebbe andata proprio così. Allora si sarebbe interessato a cose diverse, come lavoro, denaro, tasse, interessi bancari, chiavi e caffè, e sarebbe rimasto a parlare, per ore e ore, seduto[2].

[1] McEwan, L’inventore di sogni, Einaudi, Torino, 1994, p. 11.
[2] McEwan, L’inventore di sogni, Einaudi, Torino, 1994, p. 97.

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