In Incipit - elementi di narratologia

«Tutti noi dobbiamo morire, non ci sono eccezioni, lo so, ma certe volte, oddio, il Miglio Verde è così lungo».

Queste sono le parole conclusive de Il miglio verde di Stephen King, il suo explicit.

Perché siamo arrivati direttamente alla fine, dopo i primi due articoli sugli incipit? Perché io sono una ri-lettrice e quindi considero l’explicit non solo come la pietanza che lascerà il sapore nella bocca del lettore, ma anche come l’elemento che spinge il lettore a riformulare la sua interpretazione del romanzo e, nel caso, a ritornare all’inizio.

Quella di King è stata una mossa da maestro (da Re, direbbero i suoi ammiratori) perché va a ridefinire anche il significato del titolo. Nelle prime pagine del romanzo, infatti, ci era stata data questa spiegazione del titolo:

«L’ampio corridoio che percorreva al centro tutto il blocco E era rivestito di linoleum del colore della buccia di un vecchio lime appassito, perciò quello che nelle altre carceri veniva chiamato ‘l’ultimo miglio’, a Cold Mountain, si chiamava il miglio verde».

Abbiamo letto, considerando il miglio verde come lo spazio che il condannato a morte deve percorrere per raggiungere la sedia elettrica. Tutto il romanzo, sebbene ricco di temi e snodato su più piani temporali, è stato guidato da questa idea: si sta parlando della pena di morte, di una guardia che prima si interroga su come sia possibile conciliare l’immagine di un assassino e violentatore con la docile bontà che manifesta e che poi si convince dell’innocenza del condannato e indaga sugli avvenimenti.

Su questa struttura, sebbene arricchita da personaggi memorabili (basti citare il fatto che uno dei protagonisti del romanzo è Mr. Jingle, un topolino) ed elementi soprannaturali, abbiamo letto il romanzo.

Lo abbiamo letto anche come la rappresentazione dell’orrore di un lavoro quale quello di dare la morte, di testare l’efficacia dei cavi elettrici, il rito macabro del bloccare le caviglie del condannato, di incappucciare i condannati e poi mettere la calotta che conduce l’elettricità, il pubblico sugli spalti che assiste per bisogno di vendetta.

«Old Sparky mi appare come un tale ordigno di perversità, quando torno con la memoria a quei giorni, una così micidiale invenzione della follia. Fragili come vetro soffiato, siamo noi, anche nelle condizioni migliori. Ammazzarci l’un l’altro con il gas e l’elettricità e a sangue freddo? Che follia. Che orrore».

Questo e altri passaggi hanno dato conferma del filo di Arianna usato durante la lettura, filo che il titolo e l’incipit ci avevano fornito.

Le ultime pagine, però, si colorano di altro:

«Verrà anche la mia ora, questo è ovvio, quale illusione possa aver avuto di immortalità è morta con il signor Jingles, ma avrò desiderato la morte molto prima di quando mi troverà. […] Ripenso ai sermoni della mia infanzia, alle reboanti affermazioni della Chiesa di Lode a Gesù, il Signore è Onnipotente […] egli vede e sorveglia anche l’infima delle Sue creazioni».

King sta spostando la riflessione sulla pena di morte, sull’ingiustizia dell’esecuzione di un uomo innocente, su un piano non più politico:

«Se avviene, Dio lascia che avvenga, e quando noi diciamo “Io non capisco”, Dio risponde: “Non m’importa”».

Siamo certi che si stia ancora parlando di pena di morte e non della pena della mortalità?

Le ultime scene descrivono la vita del protagonista all’ospizio:

«Ascolto i rumori umidicci e disperati di uomini e donne infermi che si scavano a colpi di tosse la discesa nella vecchiezza».

Le ultime pagine rallentano, ci mostrano un uomo in attesa.

E si arriva all’explicit:

«Tutti noi dobbiamo morire, non ci sono eccezioni, lo so, ma certe volte, oddio, il Miglio Verde è così lungo».

Si chiude il libro e ci si domanda: e se non avessi capito nulla? Se avessi letto da un’angolazione, se non sbagliata, parziale?

Il miglio verde non è lo spazio coperto dal linoleum del colore della buccia di un vecchio lime appassito, il miglio verde è quel luogo che percorriamo tutti, nella fila dei giorni.

Un explicit che ridefinisce il senso del titolo, relativizza la comprensione del testo che il lettore credeva acquisita; è il biglietto da visita per una rilettura, in una sorta di circolarità in cui la fine è un nuovo inizio.

 

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