In Nella stanza del giallista

La scorsa volta abbiamo parlato di Gadda, del suo Ingravallo e del detective che fa trama a sé.

Oggi scioglieremo un altro nodo riguardo al giallo, partendo da una domanda: il protagonista delle storie gialle è sempre un poliziotto?

La risposta è immediata e chiara a tutti: no.

All’interno della narrativa gialla esistono infatti diversi tipi di detective (e a seconda dell’impiego del detective cambierà il sottogenere a cui il romanzo appartiene).

Per non perderci, distinguiamo per ora due macro aree: il poliziesco e il noir.

Nel poliziesco, come la stessa denominazione fa intuire, il protagonista è un uomo di legge, un magistrato, un commissario, un maresciallo, ecc.

Nel noir, invece, il detective può essere chiunque. Anzi, se vogliamo seguire la scuola del noir americano, il protagonista dovrà assolutamente essere un “chicchessia”.

La polizia in questo caso rimarrà sullo sfondo a svolgere le indagini, quasi sempre male, e delle volte parteciperà attivamente e da collusa alla vicenda nera.

Ed ecco svelato il mito del noir, che l’ha voluto, di recente, appiccicato su qualunque cosa non lo fosse.

Da “chiunque” a “uomo comune” il passo è breve.

In questa seconda zona oscura del giallo si muove ad esempio Laurana, protagonista del giallo A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia.

La narrazione è in terza persona:

Non l’aveva ancora toccata, ma già la lettera squarciava la sua vita domestica, calava come un lampo ad incenerire una donna non bella, un po’ sfiorita, un po’ sciatta, che in cucina stava preparando il capretto da mettere al forno per la cena […]

Di colpo il farmacista si decise: prese la lettera, l’aprì, spiegò il foglio. Il postino vide quel che si aspettava: la lettera composta con parole ritagliate dal giornale.

Il farmacista bevve di un sorso l’amaro calice. Due righe, poi.

«Senti senti» disse: ma sollevato, quasi divertito.

Il postino pensò: ‘niente corna’. Domandò «E che è, una minaccia?»

«Una minaccia» assentì il farmacista. Gli porse la lettera.

Il postino avidamente la prese, a voce alta lesse: «Questa lettera è la tua condanna a morte, per quello che hai fatto morirai» la richiuse, la posò sul banco.

La vicenda inizia, come leggete, con una minaccia di morte al farmacista Manno, il quale riceve una lettera anonima. Ci scherza su. Poi, però, il ventitré agosto del 1964, lo ammazzano davvero e con lui pure il suo amico, dottor Roscio.

Il protagonista del romanzo, il nostro detective, si chiama Laurana, professore di Lettere e amico del farmacista, e sarà coinvolto nella vicenda subito dopo questi avvenimenti.

Sciascia ce lo presenta all’inizio del capitolo quinto:

Era considerato dagli studenti un tipo curioso ma bravo e dai padri degli studenti un tipo bravo ma curioso […] Era un uomo civile, sufficientemente intelligente, di buoni sentimenti, rispettoso della legge: ma ad aver coscienza di rubare il mestiere alla polizia, o comunque di concorrere al lavoro che la polizia faceva, avrebbe sentito tale repugnanza da lasciar perdere il problema.

Eppure indagherà ugualmente. È onesto e spinto dalla curiosità. Non investigherà come farà il capitano Bellodi ne Il giorno della civetta, perché Bellodi è un carabiniere che fa il suo mestiere e basta. A Laurana, invece, gli brontolerà lo stomaco, sarà voglioso di verità intellettuale. La sua sarà un’esigenza fortissima di risolvere il mistero.

Laurana. È uno qualunque. È l’uomo comune.

In un noir che si rispetti, la femme fatale non può mancare e Sciascia affida il ruolo alla vedova Roscio; la bella e doppiogiochista signora Luisa.

A un certo punto le cose si complicheranno. Il professore capirà chi è stato e perché lo ha fatto e si ritroverà affogato in un cocktail mortale di politica e mafia.

Il libro si chiuderà con don Luigi, che del nostro protagonista dirà che è un cretino, una chiusura geniale, provocatoria e assolutamente noir. Un cretino, cioè, uno qualunque.

E gli basterà sbagliare una mossa. Il professore Laurana, da cretino, non l’aveva capito.

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