In I mestieri del libro, Interviste

Ciao Manuela. Parlaci di te, traduci prevalentemente narrativa o saggistica?

Vuoi raccontarci di qualche opera da te tradotta?

Ciao a tutti. Lavoro come traduttrice per l’editoria da una decina d’anni, e nel tempo ho avuto l’occasione di dedicarmi a testi di ogni genere, dalla narrativa contemporanea alla cosiddetta “varia”. Sarebbero tante le opere di cui vorrei parlare, ma credo meriti una menzione speciale un testo che ho tradotto di recente per Mondadori, L’ultima ragazza di Nadia Murad. È la testimonianza di una giovane yazida rapita dall’ISIS, che dopo essere fuggita ha scelto di raccontare la sua storia per portare l’attenzione sul genocidio del suo popolo per mano del sedicente Stato Islamico. Lavorare a questo libro mi ha toccata nel profondo, per la schiettezza e la dignità con cui Nadia affronta gli orrori subiti e perché sono venuta a conoscenza di realtà perlopiù ignorate dai mezzi di comunicazione. Inoltre, anche grazie al suo contributo, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha lanciato un’indagine internazionale sui crimini perpetrati dall’ISIS.

 

La paura del desiderio

Che cosa ti ha portato a fare la traduttrice?

L’amore per le lingue e la letteratura mi accompagna da sempre, anche se agli inizi la vivevo più come una passione da coltivare in parallelo al mio percorso di studi. Solo al momento di iscrivermi all’università mi sono resa conto che avrei potuto farne una professione. La mia scelta è caduta naturalmente su un corso di traduzione e interpretariato, e approfondendo entrambi i percorsi ho capito che la mia strada era quella della traduzione editoriale. Non ho faticato a inserirmi in questo settore, anche se agli inizi dubitavo di potermi mantenere facendo un lavoro che amavo, una prospettiva che appare quasi irrealizzabile nella realtà di oggi. Quello del traduttore è un ruolo sottovalutato e sottopagato, non si può negare, ma per esperienza posso dire che con la giusta dose di perseveranza – e fortuna – si possono instaurare collaborazioni positive e preziose che consentono di vivere degnamente.

 

Come ti organizzi nel tuo lavoro? Esiste un modus operandi?

Credo che ogni traduttore abbia una sua routine consolidata. Per quanto mi riguarda, ogni volta che una casa editrice mi propone un lavoro cerco di inquadrare il testo leggendone alcuni passaggi e informandomi sull’autore e sull’opera. A quel punto procedo con la prima stesura, che è molto lontana da quella che sarà la traduzione definitiva perché mi serve tempo per calarmi nella voce e nella prosa di un nuovo autore. Personalmente mi sforzo di risolvere subito i passaggi complicati o poco chiari. È un’operazione che richiede tempo, ma in questo modo posso passare alla prima rilettura, in parallelo all’originale, senza ritrovarmi con una mole di dubbi da chiarire. Quindi rivedo il testo altre due, tre o anche quattro volte, scadenze permettendo, e in questa fase metto a fuoco la traduzione operando una serie interminabile di correzioni grandi e piccole.

Qual è la cosa che ami di più di questo lavoro? E quella che ami di meno?

La cosa che più apprezzo della traduzione editoriale è che ti mette continuamente a confronto con temi, situazioni, voci e luoghi diversi. Questo stimola la tua curiosità e ti dà modo di approfondire un’enorme varietà di argomenti. Amo essere libera di gestire il mio tempo, e amo lavorare in solitudine perché è una condizione essenziale per concentrarmi e immergermi in un testo. Un aspetto critico, come ho già accennato, è quello economico, legato a compensi e condizioni contrattuali. Devo ammettere, però, che ho sempre avuto la fortuna di collaborare con enti e case editrici che prendono seriamente la nostra professione e le riconoscono il giusto valore.

 

Quali sono le difficoltà più grandi che hai incontrato in un testo e come le hai risolte traducendole nella nostra lingua?

Ogni testo è costellato di difficoltà e insidie di ogni genere. A volte può essere complicato anche solo trovare la voce giusta per un autore, soprattutto se si scosta dallo stile più congeniale per il traduttore. Le difficoltà che balzano all’occhio sono legate agli elementi culture-specific, tutti quei concetti o espressioni privi di un’esatta corrispondenza nella cultura di arrivo. A seconda del genere letterario e del target bisogna trovare di volta in volta la soluzione migliore, e lo stesso vale per giochi di parole, battute di spirito, stratagemmi retorici. Per venirne a capo bisogna impiegare molto tempo ed energie, ma è una parte integrante di questo mestiere, e spesso offre anche una piacevole occasione di svago.

 

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