In Interviste

Ciao Gaudenzio. Presentati ai nostri lettori. Dove vivi?
Nonostante il mio nome, che tradisce le origini confuse e mischiate della mia famiglia con radici sparse un po’ in tutta Italia e persino oltre confine, sono nato e vivo in Sicilia, sotto il ventre dell’Etna, a Catania.

Che lavoro fai?
Mi guadagno il pane con un lavoro che non c’entra assolutamente nulla con il mondo della letteratura, presso un’azienda che fornisce servizi di mobilità in alcuni Centri Commerciali. Poi, per passione e amicizia mi diverto a collaborare, durante il processo di stesura dei suoi romanzi, con il mio “fratello in armi” Alberto Minnella, talentuoso scrittore siracusano autotrapiantatosi a Catania e conosciuto per caso, in circostanze rocambolesche, una fredda mattina di novembre di molti anni fa e da allora diventato mio fido compagno di bevute, di abbuffate, di calci in faccia presi dalla vita di tutti i giorni e di risate grasse, a volte persino cafone, ma sempre autentiche.

Che rapporto hai con la scrittura?
Come tutte le belle storie d’amore, ci si ama e ci si odia a vicenda. Ma, in fondo, non è questo camminare in bilico tra l’odio e l’amore l’unico modo per accorgersi dell’importanza di un rapporto? E allora non posso esimermi dall’ammettere che ho un rapporto importante, con la scrittura. Di certo la relazione più lunga che ho avuto in tutta la mia vita, probabilmente anche la più tormentata ma sempre viva, vegeta e piena di passione. Come quelle storie d’amore da telefilm americano date nel pomeriggio da Italia 1, che nascono tra i banchi di scuola tra il bulletto di periferia e la bella cheerleader amata da tutti: la scrittura era seduta al primo banco, a scuotere le chiome bionde e sbattere gli occhioni grandi, io all’ultimo insieme ai reietti e a quelli che hanno iniziato a fumare a dodici anni. Eppure siamo, nonostante tutto, ancora indivisibili, perché sono innamorato di quello che per me è il suo ruolo sociale: la sovversione del senso comune. La narrazione è un grimaldello, e io ho sempre trovato affascinante provare a scassinare le porte nascoste dentro agli altri.

Quanto tempo dedichi alla scrittura ogni giorno?
Sono un irregolare. Non mi piace programmare, né darmi orari e scadenze. Mi porterebbe a vivere come fosse un noioso lavoro d’ufficio qualcosa che faccio soltanto per istinto. Quando mi viene in mente qualcosa, metto il mio notebook sulle gambe e inizio a ticchettare sui tasti, che sia primo mattino o notte fonda non fa alcuna differenza, fino a tirare fuori da quell’idea qualcosa che possa sembrare vagamente leggibile.

Qualche mania letteraria?
Dipende dalla definizione di “mania” che vogliamo prendere per buona. Se la intendiamo come una passione smodata, allora ce ne sono molte, e non tutte strettamente letterarie: sono un fanatico di David Bowie, collezionista di memorabilia, dischi, libri e qualsiasi altra cosa vagamente riconducibile a lui; sono poi un appassionato di comicità, con una particolare predilezione verso la satira, la stand-up comedy e il black humour (che molto spesso mi diverto a inserire all’interno delle mie storie); sono inoltre un appassionatissimo e ipercritico (per il dispiacere dei miei amici, che non sopportano guardare un film con me) cinefilo (mania, questa, che all’interno nasconde altre manie, come la fissazione per la Nouvelle Vague e quella per il Poliziottesco italiano). Infine, rileggo spesso, almeno due volte l’anno, i “Dodici racconti raminghi” di Gabriel Garcia Marquez.
Se intendiamo “mania” come disturbo ossessivo, invece, allora ne ho solo uno: non inizio mai a scrivere di giovedì. Nemmeno una parola. Se mi viene in mente qualcosa, la appunto in un post-it (di cui sono un consumatore ossessivo) che attacco sullo schermo della tv e inizio a scriverla il venerdì mattina. Sono nato, nel lontano 1990, in un giovedì di fine luglio e nei paesi anglosassoni si dice che chi è sempre fuori luogo è un “Thursday’s child”, un “figlio del giovedì”. Io, che fuori luogo mi sono sempre sentito in ogni luogo, allora preferisco che quello che scrivo sia figlio di qualsiasi giorno all’infuori del giovedì.

Quali sono gli ultimi libri che hai letto?
Zero Maggio a Palermo di Fulvio Abbate, Manuale di pittura e calligrafia di José Saramago e una raccolta di racconti di Anton Cechov.

Il tuo libro preferito in assoluto?
È un po’ come chiedermi qual è la donna che ho amato di più nella mia vita: ognuna di quelle che ho amato nascondeva dentro di sé un dettaglio unico e irripetibile, che fosse persino una smorfia o un sorriso, qualcosa di suo, unicamente suo, che rimarrà impresso dentro di me per sempre e resterà, magari impolverato e schiacciato da altri ricordi, ma sempre presente in un piccolo anfratto buio dentro al petto.
Funziona allo stesso modo coi libri che ho amato: citarne uno solo sarebbe come fare un torto agli altri. Come potrei fare un torto a Thomas Mann, a Dostoevskij, a Camus, a Welsh ma anche a Calvino, ad Abbate, a Svevo, al mio amato compaesano Verga? Non sono così presuntuoso da concedermi un lusso talmente grande. E mi sentirei in torto con me stesso se, uno di quei libri, lo definissi “il preferito in assoluto”.

La tua citazione preferita da un libro o un film?
Non è proprio una citazione lapidaria da Aforismario, ma c’è un passo, in Gli Amori Difficili di Calvino, che ho sempre amato. “Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine. Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo”.
Non so bene se è la mia citazione preferita, ma di certo è tra quelle che più mi hanno stritolato e maltrattato quel pezzo di carne che in anatomia chiamano “cuore”.

Da dove hai tratto l’ispirazione per il tuo racconto “Conforto alle creature”?
Sembrerà strano, ma lo spunto è parzialmente autobiografico. Mi è capitato, la scorsa estate, di conoscere una ragazza che si presentò dicendomi di essere un’altra persona. Per uno scherzo tra amiche, insomma, mi diede il nome di un’altra. In quel caso, la ragazza a cui era stata “rubata” l’identità si accomodò accanto a noi pochi minuti dopo e la cosa si risolse in una roboante sbronza di gruppo al sapore di sangria. Nel mio racconto, invece, mi sono divertito a complicare un po’ le cose. A causa della divisa, ovviamente! E della mia morbosa passione per il noir che mi spinge ad immaginare delitti contorti e disturbati. Per il titolo, invece, ho tratto ispirazione da una canzone, “Creature confort”, degli Arcade Fire. Un’altra cosa che mi diverte molto, infatti, è cogliere suggestioni esterne, che siano tratte da una canzone o un film o un’opera letteraria non m’importa, e declinarle seguendo il flusso della mia immaginazione. Perché per me questa è la vera radice della narrazione: l’invenzione. Potere alla fantasia, sempre e nonostante tutto.

Un saluto ai lettori della community.
Immaginatemi con una birra in mano, che guardo verso di voi e vi dico “alla vostra salute”. È sempre questo il miglior modo per salutare qualcuno. Alla prossima!

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