In I mestieri del libro, Interviste

Ciao Giuseppe. Prima di tutto ti chiediamo di presentarti ai nostri lettori. Traduci prevalentemente narrativa o saggistica? Vuoi nominare qualche opera da te tradotta?

Be’, allora… ciao a tutti, lettori 😉

Quanto alla prima domanda, mi sento di dover rispondere che, in effetti, almeno fino a ora, mi è capitato di tradurre un po’ di tutto: la mia prima traduzione era un saggio sui viaggi spaziali che intendeva essere al tempo stesso divulgativo e divertente. Poi sono passato alla narrativa contemporanea. Quindi sono tornato alla saggistica (economia, storia, psicologia, attualità). Infine ai classici. Collaborando con diverse case editrici, succede spesso di lavorare contemporaneamente – o a stretto giro – su autori e argomenti distantissimi tra loro. Negli ultimi mesi, per esempio, sono passato da una raccolta di saggi di Virginia Woolf a un libro-appello del Dalai Lama, fino a un romanzo distopico adolescenziale e a un’inchiesta giornalistica sul calciomercato. Se dovessi citarvi qualche altro nome… certo, i più riconoscibili sono sicuramente i classici: Il profeta di Gibran, Cimbelino di Shakespeare, Il libro della giungla di Kipling, Il mastino dei Baskerville di Conan Doyle, L’attesa della verità, di Simone Weil…

Hai sempre saputo di voler fare il traduttore o ci sei arrivato per caso? Com’è stata la tua formazione?

Ho sempre saputo che mi sarebbe piaciuto lavorare nel mondo della cultura e, più nello specifico, in quello dei libri. Ma da ragazzo mi piacevano anche tante altre cose e il futuro mi sembrava lontanissimo e fumoso, qualcosa che non meritava poi troppe riflessioni. E benché dopo lo Scientifico mi sia iscritto a Lingue, era più per un amore verso le parole che non per un progetto preciso (in effetti, tornassi indietro probabilmente non lo rifarei: nel senso che sceglierei un’altra facoltà e studierei le lingue per conto mio). In ogni caso, l’idea di fare il traduttore non mi sfiorava nemmeno: mi sembrava una professione inaccessibile e, tutto sommato, troppo complicata. Tanto è vero che, dopo il Dottorato di ricerca e dopo un’esperienza di lavoro all’estero, quando mi sono deciso a seguire un corso di specialista editoriale a Milano, nelle esercitazioni dedicate alla traduzione andavo sempre abbastanza male: soprattutto, credo, perché mi concentravo su altro, ritenendo appunto improbabile che nella vita mi sarebbe mai capitato di tradurre un solo libro.

Invece, una volta entrato in casa editrice per uno stage, e poi con successivi contratti, nello svolgere il ruolo di redattore interno – avendo dunque a che fare più da vicino con tutto il processo di creazione dell’oggetto-libro – ho avvertito in maniera assolutamente graduale e naturale la voglia di cimentarmi: quando ho iniziato a revisionare i testi tradotti da altri e a dirmi: “Qui avrei compiuto una scelta diversa”, ecco, in quel momento è scattato qualcosa. A quel punto ho chiesto di poter sostenere qualche prova e, avendo avuto esito positivo, mi sono visto assegnare le prime traduzioni.

Leggi sempre tutto il testo prima di cominciare a tradurre? Come ti organizzi nel tuo lavoro?

Nel migliore dei modi possibili, un traduttore dovrebbe leggere per intero il testo, prima di cominciare a tradurre. In genere credo che questo non avvenga per mancanza di tempo, ma, nel mio caso, devo anche aggiungere che mi piace scoprire il libro su cui sto lavorando poco alla volta. La curiosità verso ciò che potrebbe accadere nella pagina seguente è uno stimolo di cui non saprei fare a meno. Detto questo, procedo a una prima traduzione abbastanza “istintiva”, tesa a catturare soprattutto lo spirito dell’originale. Al tempo stesso, però, prendo nota però dei punti più controversi o dei dubbi che non sono riuscito a sciogliere o, ancora, dei passaggi che andranno sicuramente rivisti stilisticamente. Quindi procedo a una rilettura in cui intervengo pesantemente – soprattutto nei capitoli iniziali, visto che, proprio per il fatto che non leggo il testo in anticipo, mi ci immergo passo dopo passo e, dunque, le prime pagine sono quelle che a una rilettura suonano sempre un po’ più “fuori fuoco”. Elimino eventuali “calchi” sopravvissuti e sciolgo i passi che risultano più contorti. Nell’ultima lettura – che, compatibilmente con i tempi di consegna, cerco di distanziare di qualche giorno – mi immergo nell’opera come fossi un lettore (di solito, tra l’altro, in questa “modalità” eventuali refusi vengono subito fuori). Se a questa terza lettura il libro mi sembra scritto da un italiano (se, dunque, il traduttore “sparisce”), posso ritenermi soddisfatto.

Quali sono le difficoltà più grandi che hai incontrato in un testo e come le hai risolte traducendole nella nostra lingua?

Per quanto mi riguarda (ma credo di non dire nulla di originale), i punti più difficoltosi di un qualsiasi testo (a prescindere dalle variabili comportate da argomento, epoca, collocazione geografica ecc.) sono quelli in cui ci si trova costretti a scegliere se salvaguardare il contenuto formale o il senso, l’intenzione. Giusto per far capire cosa voglio dire – ma si tratta di un esempio banale, giacché in questo caso la soluzione è già scontata –, quando ci si trova davanti a un modo di dire, o a un gioco di parole, è evidente che trasportare letteralmente la forma in italiano andrebbe a discapito del senso. In genere, a mio modo di vedere, quest’ultimo è sempre prioritario. A volte, però, per esempio davanti a una composizione in versi (chiaramente non mi riferisco a un’opera poetica, quanto, magari, a una filastrocca o a un divertissement inserito in un romanzo), è più importante salvaguardare la coerenza formale (che è comunque veicolo di significato).

C’è un autore o un testo che hai trovato particolarmente ostico da tradurre? Perché?

Se devo citare un’opera, questa non può essere che L’uomo di fiducia di Herman Melville, che ho tradotto per Garzanti e che dovrebbe uscire nel 2018. La difficoltà, oltre al confronto improponibile con un’autorità come Perosa, che ha già tradotto magnificamente l’opera per E/O, sta nel fatto che si tratta di un romanzo molto complesso – forse non perfettamente riuscito perché troppo ambizioso – e interpretabile a più livelli. Un romanzo che mescola cinismo e metafisica, dialoghi brillanti e descrizioni sapienti, il tutto condito da una trama vaporosa, e che, in ultima analisi, demolisce il sogno americano appassito nelle spire del capitalismo.

E invece una traduzione che hai amato più delle altre?

Potrei citarne diverse: dal primo romanzo, La sposa bambina di Padma Viswanathan, perché ambientato in un paese (l’India) cui sono molto legato, a Una mattina di ottobre di Virginia Baily, perché ho trovato interessantissimo entrare nella testa dell’autrice (inglese) e vedere l’Italia con i suoi occhi. E poi ancora Il quaderno dell’amore perduto di Valérie Perrin, per la naturalezza con cui mi sono calato nella voce narrante e nella storia. Visto che ho citato tre autrici, concluderò con Tutto quello che amo in questa vita al contrario, di Joshua Mohr, perché mi ha toccato molto da vicino. E poi Il profeta di Gibran, perché… be’, chi non vorrebbe tradurre Il profeta di Gibran?

Come sono i rapporti con gli autori che traduci? Ti metti in contatto con loro per avere chiarimenti sul testo?

In genere non li contatto durante la traduzione, perché parto dal presupposto che, una volta dato alle stampe, un libro è perfetto così com’è (almeno dal punto di vista dell’autore) e non c’è altro da aggiungere da parte sua. Però mi è successo di individuare qualche piccola discrepanza o inesattezza e di segnalarla tramite la casa editrice (gesto sempre molto apprezzato dai diretti interessati). Alcuni autori, poi, li ho conosciuti dopo aver consegnato la traduzione – in certi casi anche di persona –, ed è stato davvero motivo di soddisfazione ricevere i loro complimenti e scambiare idee e riflessioni.

Cosa ti piace leggere generalmente? I testi che leggi influiscono sul tuo modo di scrivere e tradurre?

Leggo un po’ di tutto (anche se sarebbe più onesto dire che “leggevo”, prima di iniziare questo lavoro. Adesso leggo anche tantissimo, solo che non scelgo più cosa!). Non amo molto la letteratura di consumo: thriller, gialli, noir, avventura eccetera. Per me un romanzo ha valore quando, per dirla con Kundera, disvela una porzione dell’esistenza. In effetti, dovessi fare qualche nome, oltre al già citato Kundera direi Calvino, Tibor Fisher, Mordecai Richler, Daniel Kehlmann, Giuseppe Genna, Dave Eggers, Stephen King (che non considero “di consumo” tout court!), Houellebecq, Marías, Gary Shteyngart. Se mi chiedete un solo titolo, però, quel titolo non può che essere Casa di foglie di Mark Z. Danielewski. Se tutta questa gente riuscisse a influire sul mio modo di scrivere e di tradurre… a quest’ora avrei già non uno ma due premi Nobel!

Quanto alla saggistica, negli ultimi anni sono decisamente orientato su tutto ciò che concerne il pensiero e la filosofia indiana, vedica e buddhista (per esempio, gli scritti di Nisargadatta Maharaj e Ramana Maharshi).

Per chiudere, ci racconti su cosa stai lavorando?

Al momento sto lavorando su un altro classico abbastanza, diciamo così, “corposo”: Oliver Twist di Dickens. Ma ho già in cantiere Il grande Gatsby di Fitzgerald e un saggio di un’economista nativa dello Zambia, Dambisa Moyo.

 

 

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